Le divise del Napoli e di altri top club ‘taroccate’ al nord


SMAGLIA NAPOLI 123e l’accusa si rivelasse fondata saremmo di fronte a un mondo capovolto: imprenditori bergamaschi che producono magliette taroccate del Napoli, con il presidente partenopeo Aurelio De Laurentis che avrebbe di che lamentarsi, per il danno recato al suo merchandising, e potrebbe farsi forte del vecchio detto: «Ca nisciun è fess…». Ma l’inchiesta deve ancora fare passi in avanti e la difesa ha i suoi argomenti. I fatti: circa un mese fa la Guardia di Finanza di Padova entra in un negozio di articoli sportivi, nella città veneta. Secondo le Fiamme Gialle il titolare sta spacciando, e vendendo come originali, magliette in realtà contraffatte delle squadre di calcio, «con logo e simbolo dello sponsor ufficiale», sostengono i finanzieri. Sequestrano un centinaio di capi, i militari, ma naturalmente vogliono risalire la filiera.
E nello stesso negozio trovano una fattura del magazzino che ha rifornito il titolare del punto vendita: è intestata alla «Locadri srl», di Carlo e Adriano Locatelli, con sede legale a San Paolo D’Argon e operativa in via Molinaretti a Castelli Calepio, dove c’è anche la rivendita denominata «L.C. Sport». Passano una ventina di giorni per gli accertamenti, poi la Guardia di Finanza prepara la sua operazione. E il blitz scatta all’alba di martedì: le Fiamme Gialle entrano nel magazzino, che viene perquisito in lungo e in largo, in ogni angolo. Cercano, prima di tutto, magliette simili a quelle che erano state sequestrate a Padova, casacche del Napoli. Ma non le trovano. L’operazione prosegue, con il sequestro di 2.336 magliette che fanno riferimento a varie nazionali, in particolare italiana e tedesca, ma ci sono anche prodotti del Real Madrid e del Manchester United. Non ci sono maglie della squadra partenopea, che erano l’obiettivo del decreto di perquisizione e sequestro richiesto dalla Finanza e firmato dal sostituto procuratore Giancarlo Mancusi. Ma secondo gli inquirenti resta un punto fermo: le divise del Napoli, taroccate, erano in vendita a Padova e venivano da quello stesso magazzino bergamasco della «Locadri». Ieri in procura si è invece presentato il legale di Adriano e Carlo Locatelli, sostenendo che gli estremi per il sequestro non c’erano. Sotto braccio, tra vari atti, anche tre buste contenenti altrettante magliette delle nazionali di calcio. Secondo la difesa «la contraffazione si concretizza quando sulla maglietta di una squadra di calcio si riportano il logo della società e il logo dello sponsor ufficiale. In questo caso non è così, su nessuno dei capi sequestrati». Inoltre, i tre modelli portati in procura dallo stesso avvocato, e mostrati al sostituto procuratore Mancusi, hanno un’etichetta interna che segnala la «non conformità del prodotto a quello ufficiale»: un modo per spiegare che si tratta di un facsimile. Quell’etichetta era anche sulle magliette sequestrate dalla Finanza? L’accusa ribadisce che l’ipotesi della contraffazione resta intatta anche dopo le operazioni di sequestro, che non avrebbero fatto emergere particolari dubbi. Anzi, dalla ricostruzione dei finanzieri sarebbe emersa anche una quantificazione sul possibile guadagno di chi ha prodotto e commercializzato tutti i capi finiti nel mirino: una spesa di circa sette euro per produrle e un valore di vendita di 30 euro, che, si presume, potrebbe essere lievitato nel passaggio dal magazzino ai negozi al dettaglio. Ma anche su questo punto la difesa storce ancora una volta il naso: «Si tratta in realtà di prodotti destinati al mercato parallelo, ad esempio sulle bancarelle vicine agli stadi, ma senza alcuna volontà di imbrogliare nessuno». Adriano e Carlo Locatelli risultano indagati per «vendita di prodotti industriali con segni mendaci». Ma entrambi annunciano battaglia: il loro legale attende infatti una valutazione del pubblico ministero sul materiale sequestrato, sperando in una marcia indietro. In caso contrario valuterà se presentare ricorso.

Fonte: Corriere della Sera

Roberto Ascione

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