Cinzia Zanotti, basket femminile: “Al Geas impostiamo il lavoro sui valori anche oltre il campo. Si dovrebbe tornare a parlare di più di noi donne”

Cinzia Zanotti non è solo un nome, e non è nemmeno solo la titolare della panchina del Geas Sesto San Giovanni. Con i colori rossoneri l’allenatrice cagliaritana ha costruito un legame quasi unico, in cui si è saputa guadagnare la stima incondizionata di tutto l’ambiente. Il suo passato da giocatrice di primo livello l’ha portata anche in Nazionale, che ha poi riassaporato nel ruolo di assistente durante la gestione di Marco Crespi. Ma il suo non è solo un ruolo interno al mondo del basket, perché, memore di un certo passato del movimento femminile, sa che può e deve tornare a un ben preciso tempo. Lo racconta in quest’intervista che ci ha concesso, nella quale ha parlato per buona misura anche delle persone oltre le atlete, un capitolo trattato in maniera totalmente lontana dalla banalità.

Di tutto ci si poteva aspettare, tranne una stagione che ha fatto una fine virulenta.

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“Devo essere sincera, è così. Fondamentalmente anche quando abbiamo capito che c’era il problema in Cina, abbiamo sempre pensato fosse una cosa lontana. È ovvio che è stato un bell’impatto. Noi, come Geas, siamo l’ultima squadra che ha giocato, a Schio, e poi hanno sospeso tutto. Inizialmente con qualche dubbio di riprendere, poi la Lega (e meno male) ha deciso di chiudere il campionato”.

A Schio un ambiente peraltro straniante, perché giocare a porte chiuse lo è, però per battervi Harmon ha dovuto farlo sulla sirena.

“È stata una bella partita, ma se devo essere sincera abbiamo fatto fatica all’inizio, poi però stavamo giocando bene. La partita di Schio ne è un esempio. Abbiamo fatto un primo e secondo quarto non ottimi, poi però ci siamo riprese e abbiamo dato loro del filo da torcere. È il nostro obiettivo giocare con tutte le squadre cercando di portare a casa i due punti, ma al di là di quello ero contenta dell’atmosfera che s’era creata sul campo, del modo di allenarsi delle ragazze, del capire ognuno i propri ruoli, che cosa volevo io da loro, il nostro lavoro di staff era coordinato, c’era una grande intesa. È stato veramente un peccato, però ribadisco che è stata la decisione giusta quella di sospendere, anche perché se dovessimo ricominciare sarebbe un problema: le americane sono negli States, e in questo momento dopo due mesi e mezzo di stop ci vorrebbe, per riprendere, una preparazione come a inizio anno. Con le giovanili abbiamo fermato tutto appena hanno chiuso le scuole. Con la prima squadra, dove avevamo un minimo di controllo in più, perché sono 10 ragazze che giocano a pallacanestro come lavoro, le controllavamo. Tosse, temperatura, eccetera. Finché abbiamo potuto siamo andate avanti, poi sono arrivati anche ordini governativi che ci hanno proibito di farlo, giustamente”.

C’era più di una voce che vedeva il Geas come possibile sorpresa per i playoff perché era un gruppo unito e in crescita: una somma di piccole cose che stava mettendolo sulla mappa.

Io sono abbastanza convinta che avremmo fatto un buon finale di stagione. È ovvio che poi ci sono tutti i punti interrogativi del caso che possono essere infortuni, cali di tensione. Però stavamo davvero giocando bene. La mia idea è cercare di non cambiare tanto la squadra e comunque di tenere questo lavoro fatto per l’anno prossimo, visto che la stagione si è chiusa così. Io sono contenta delle mie giocatrici, cercherò di cambiare il meno possibile. Economicamente ce la possiamo fare”.

Quello che si percepisce del Geas è che non è soltanto una squadra, ma uno stile di vita, una seconda pelle. Quando te ne vai, in realtà non te ne vai.

“Questo modo di essere del Geas è una cosa che ci ha portato ad essere qua. Credo molto, in uno sport ‘minore’ come la pallacanestro femminile, che i valori che si mettono in campo siano fondamentali. Cerco di impostare il lavoro di tutta la società su questo. I valori che mettiamo in campo sono la passione che ognuno di noi ci mette, che è data dallo staff, da chi lavora, anche le giocatrici fuori dal campo, è comunque dare un senso di appartenenza alla società. Il Geas è comunque una società storica che ha avuto alti e bassi, ma che per la pallacanestro femminile è stata importante. Quello che si cerca di fare è di lavorare bene, ma anche di stare bene insieme. Questa penso sia una cosa che paghi: io sono un’allenatrice che se ho delle giocatrici che studiano, o che cominciano a fare qualche lavoro per il futuro non lo nego mai, anzi ne sono felice. Questo è un valore in più: cercare di avere le giocatrici, ma di costruire qualcosa per il loro futuro. E poi lo stare bene, perché queste ragazze che giocano a pallacanestro lo fanno ‘per lavoro’, ma alla fine quello che le spinge a fare questo è la passione. Dobbiamo cercare di dare a loro l’idea che stiamo lavorando anche su più fronti, non solo cestisticamente. Loro ci danno tanto e noi cerchiamo di essere il più possibile oneste con loro. Io sono stata giocatrice e so che il senso di appartenenza a una società è una cosa importante, perché ti fa dare quel quid in più ed è una cosa che noi cerchiamo sempre di costruire”.

Tema del legame sport-studio che in questo caso è importante, perché è difficile vedere, nel basket femminile, una giocatrice che non sia anche studentessa universitaria.

“È una cosa importantissima. Le donne nello sport sono assolutamente più realiste, nel senso che quasi tutte, con poche eccezioni, lavorano, studiano, pensano anche al dopo. È un problema oggettivo, perché la pallacanestro non ti da da vivere. Un giocatore di Serie A maschile probabilmente, nella maggior parte dei casi, guadagna talmente tanti soldi che possono pensare di fare un’attività per conto proprio, possono pensare di aver messo da parte. Nel femminile questo non succede, o succede in alcuni casi, e quindi è importante che loro abbiano sempre bene in mente che, oltre a giocare a basket, possano dire “ok, a 35 anni smetto e poi cosa faccio?”, ed è una cosa per noi importante. Ilaria Panzera, per esempio, va a scuola, e per noi la sua scuola è intoccabile. Abbiamo ragazze che fanno l’università, e che può capitare che mi chiedano di saltare un allenamento perché hanno un esame. Abbiamo qualcuna che lavoricchia, e quindi è giusto che lo faccia. Cercare di vedere lo sport anche come possibilità di costruirsi un futuro, magari guadagnando due soldi che male non fanno. Però le ragazze sono molto determinate e molto tenaci. Faccio un esempio: ho fatto l’assistente in Nazionale con Crespi. Lì ci sono le giocatrici top. Nelle pause di riposo spessissimo, se andavamo negli spazi dove c’erano tavolini, c’erano le ragazze che studiavano. Questa è una cosa che mi ha colpito, perché lì si parla delle 12, 15 migliori giocatrici che ci sono in Italia. Questa cosa mi ha dato il senso di quanto queste giocatrici facciano per giocare bene a basket, ma anche per darsi una cultura, per crearsi un lavoro finita la carriera cestistica. Presumo che nel maschile quest’impatto non sia così forte”.

Credit: Ciamillo

Lì il caso più famoso è quello di Giampaolo Ricci che è tuttora studente di matematica.

“Super. Poi attenzione, non voglio fare paragoni con i maschi: voglio piuttosto far capire quanto sono determinate queste ragazze, molto concentrate sulla pallacanestro, ma riescono a fare anche dell’altro”.

Non è stato forse sottolineato abbastanza il motivo per cui Jasmine Keys ha rinunciato ad andare agli ultimi Europei: voleva laurearsi. E l’ha fatto.

“Lì è ovvio che a un certo punto ti trovi a dover fare delle scelte. Per lei in quel momento quella cosa era di fondamentale importanza, inevitabile. Ho avuto anche io delle ragazze, nelle giovanili, che dovevano fare gli Europei Under 18, Under 20, ma a fare la maturità, con grandi crisi, perché andava più o meno così: ‘Io devo andare al raduno dell’Europeo, poi devo fare la maturità in fretta e furia, no, non vado’. Ai tempi, da allenatrice, cercavo di far capire che si potevano fare tutte e due le cose, ovviamente richiedendo un sacrificio maggiore, com’è normale. Mi ricordo che c’erano Barberis e Gambarini, allora entrambe al Geas, in questa situazione, che sono riuscite a fare l’Europeo e la maturità in modo eccellente. A volte si riescono a fare tutte e due. È ovvio che se le date sono quelle, com’è il caso di Keys, allora devi scegliere”.

Barberis che poi è super paladina di questa cosa.

“Però è una cosa importante. Io sono stata una giocatrice, non sono andata avanti a studiare, però se dovessi tornare indietro probabilmente ci proverei. Secondo me è una cosa importante riuscire a fare ambedue le cose”.

E che giocatrice: oltre mille punti in Nazionale, le soddisfazioni e i trionfi a Vicenza, Milano, Cesena.

“Di trionfi non ce ne sono stati così tanti, però se potessi tornerei indietro immediatamente. Ovviamente vedi la pallacanestro da un’altra prospettiva, nel senso che sei al centro dell’attenzione della società. Ti alleni, cerchi di essere a posto fisicamente, hai chi ti segue, chi ti fa allenare, arrivi e trovi situazioni pronte, la palestra pronta. Ovviamente è il modo migliore di stare dentro la pallacanestro, questo lo dico sempre alle mie giocatrici. Io ho giocato per tanti anni, qualche soddisfazione me la son presa: uno scudetto con Vicenza, la Coppa Ronchetti con Milano, ho fatto tante finali perse. Infatti mi hanno un po’ ripagato le mie giocatrici delle giovanili, perché quando ho iniziato ad allenare l’ho fatto con il settore giovanile. Abbiamo vinto sette scudetti di cui in tre di essi ero assistente e in quattro ero capo allenatrice. Mi sono ripresa qualche scudetto perso! Tra finali di campionato e di Coppe ne avrò fatte una decina e vinte due. Però è meglio arrivare in finale che non giocarsela, ecco. Mi sono divertita. Ero proprio inquadrata come giocatrice, il mio obiettivo era quello. Mi svegliavo la mattina e aspettavo il momento dell’allenamento, cercavo di arrivarci nelle migliori condizioni. Mi piaceva quello che facevo. Era la mia passione, sono stata fortunata perché quello mi piaceva e quello sono riuscita a fare”.

Per certi versi, peraltro, sono anche cambiate le cose a livello di settore giovanile dagli Anni ’80-’90 a oggi.

“Assolutamente sì, per mille ragioni. La prima è la comunicazione: quando io ero bimbetta o ragazzina per me era diretta, ci si parlava. Adesso con le giovani è forse più facile comunicare con il telefono che non di persona. Ora è totalmente cambiata. Per arrivare alle corde delle giocatrici, soprattutto giovani, oggi il modo di comunicare dev’essere diverso. Ovviamente la pallacanestro è più fisica, già nel settore giovanile. Forse ai miei tempi i genitori erano un po’ meno presenti, ora lo sono abbastanza. Mia mamma forse non sapeva neanche chi mi allenasse, mi portava in palestra, facevo il mio allenamento, vedeva se ero contenta e questo a lei bastava. Nella pallacanestro sono stati sempre presenti per accompagnarmi, per gioire con me, però mai oltre questo. Adesso non sempre è così, ma siamo cambiati anche noi genitori, nel senso che siamo più presenti con i nostri figli e quindi anche nello sport. Il lavoro si faceva bene quando io ero giovane, si cerca di farlo anche adesso. Dopo dipende un po’ dalle possibilità economiche di una società per poter fare sempre un po’ meglio. È ovvio che è bello avere il preparatore atletico per il settore giovanile, due allenatori sempre in campo, super preparati, però poi devi far quadrare i conti. A volte si cercano di trovare le migliori soluzioni cercando di non spendere oltre quanto si ha a disposizione”.

Quale sensazione c’era del seguito della pallacanestro all’epoca?

“La differenza (non è una critica) tra i miei anni e oggi è questa: ai tempi c’era la Rai. Adesso è morto Franco Lauro da poco, faceva il maschile e il femminile, capitava spesso che facesse la telecronaca e si andasse insieme a cena. A Milano, quando giocavo, venivano a vedermi Dan Peterson, Bob McAdoo, Mike D’Antoni con la moglie, Flavio Tranquillo, Federico Buffa con cui sono molto amica. Per me è una persona speciale. Lui per un paio d’anni, a livello di amicizia, mi ha fatto da procuratore. Ogni tanto lo dico ai miei figli e non ci credono! C’era più apertura. Maschile e femminile vivevano un po’ assieme. Adesso si è un po’ più costruito il muro. C’è la maschile, c’è la femminile. Come se una fosse pallacanestro e una un’altra cosa. Su questo bisognerebbe un po’ lavorare, ci dovrebbero essere un po’ più di vasi comunicanti. Il martedì c’era una pagina della Gazzetta dedicata alla femminile. Non c’erano internet e i social, quindi aspettavamo tutti la Gazzetta per capire nelle altre squadre chi aveva segnato, chi non aveva segnato, tutte queste cose qui. C’era una pagina intera della Gazzetta dedicata al femminile. Ho cinque-sei Gazzette con il mio nome nel titolo. Adesso sì, la Lega sta facendo dei piccoli passi in avanti da questo punto di vista, ma forse se ne parla un po’ pochino. Voglio dire anche una cosa in più: anche la Federazione dovrebbe fare un piccolo sforzo da questo punto di vista. L’altro giorno è uscito un pezzo sul coronavirus, spiegava i provvedimenti e il fatto che ci sta dando una mano dal punto di vista economico. C’era un video di 4 minuti dove, forse per errore, in un microsecondo si vedono cinque donne che fanno l’urlo in mezzo al campo. Tutto il resto erano immagini di pallacanestro maschile. La Federazione è la nostra mamma, se mette di sfuggita cinque donne che si vedono e non si vedono in mezzo a uomini… c’erano immagini della Serie A, dei campetti, del settore giovanile al lavoro in palestra. Metti anche qualcosa della femminile! Dovrebbero essere messe, perché noi esistiamo. E la Federazione se ne deve ricordare in ogni momento. Ero con mia nipote, mamma pallavolista e papà cestista, non di Serie A, ma cestista. Ovviamente lei altissima, perché i genitori sono 1.90 e 1.80. Quando ho visto questo video le ho detto ‘vieni, guardiamo questo video di quelli che giocano a pallacanestro’. L’ha guardato con me e poi mi ha detto ‘zia, ma la pallacanestro è solo per i maschi?’, e allora questa cosa m’è balzata agli occhi ancora di più. Però ha ragione”.

E dire che le testimonial ci sarebbero.

“Bisogna non con le parole, ma con i fatti, far vedere che la femminile esiste ed è ovvio che ha spettatori diversi dal maschile, ma è sempre pallacanestro”.

In America sembrano già andati più avanti in questo senso. Esempio banalissimo: pochi giorni prima dell’incidente aereo mortale, Kobe Bryant disse che Elena Delle Donne, Maya Moore e Diana Taurasi avrebbero tranquillamente potuto giocare in NBA.

“Lui si è affacciato anche con la figlia che giocava a basket, e si è aperto verso questo mondo. Che è bellissimo, con le sue peculiarità, ma assolutamente da valorizzare. Spesso e volentieri le donne fanno ancora più sacrifici perché gli stipendi sono più bassi, ma l’impegno è lo stesso, è come fosse un lavoro. Queste sono cose da valorizzare, perché è così. Tante volte ci si dimentica”.

Di ricordi anche con la Nazionale ce ne sono parecchi, sul campo.

“Purtroppo mi rimproverano sempre perché non ricordo molto le cose, ho fatto quei tre Europei e i Mondiali del ’90 in Malesia, delle qualificazioni olimpiche sempre in Malesia. Sono stati belli, assolutamente, di sacrificio, perché ai raduni stavo tanto via da casa, però anche lì si era formato un gruppo di amiche, ci si aiutava, era molto coeso. Esperienza meravigliosa, vestire la maglia azzurra è il sogno di tutte. Anche da quel punto di vista è stato molto appagante. Hanno iniziato a fare qualche passo in più e poi non dimentichiamoci che le donne hanno fatto tre Olimpiadi: Mosca, Barcellona e Atlanta. Risultati importanti che speriamo di ritornare a raggiungere presto”.

Oggi tanti ne parlano per via degli anni di Schio, poi del Fenerbahce, poi della WNBA, però Cecilia Zandalasini è anche lei figlia del Geas.

“Cecilia ha iniziato a giocare a Broni, poi è venuta al Geas e ha fatto tutte le giovanili con noi. Poi ha deciso di andare a Schio, noi eravamo in A2, decisione assolutamente condivisa e benvoluta da noi. È ovvio che lei meritava ben altro che l’A2. Sono molto contenta di dov’è arrivata. Era una giocatrice predestinata, l’ho sempre detto. Mi ricordo qualche chiacchierata con suo papà. Lei ci ha messo tanto lavoro e, in questi anni, proprio sull’etica del lavoro ha cambiato un po’ il suo modo di essere per diventare la giocatrice che è. L’ho allenata per più anni e non posso che avere parole positive nei suoi confronti. È un po’ il nostro orgoglio”.

E potrebbe non essere l’unico, visto come sta crescendo Ilaria Panzera, una che non ebbe paura a 14 anni quando entrò in campo in finale promozione in A2.

“Ilaria è una giocatrice che deve lavorare ancora tanto, con delle attitudini sicuramente diverse da quelle di Cecilia. E non voglio neanche fare il paragone. Però quello che mi impressiona è la sua grande serietà nel fare le cose e la sua grande maturità. Sin da quando ha iniziato a giocare con noi dimostrava una tranquillità e una freddezza nel fare le cose inconsueta. A volte penso che questo sia anche il suo modo di essere, e non sempre è così tranquilla. Però sicuramente sul campo è una giocatrice molto fredda. Poi avrà sicuramente le sue emozioni dentro, che non esterna, è il suo modo di essere. Però in campo è molto attenta. Difficilmente ha paura, non mi capita mai di pensarlo. Neanche con Cecilia, anzi: più si alzava la posta in gioco e più ero sicura che lei avrebbe fatto bene. Quando c’erano partite che contavano poco, o facili, a questo livello giovanile era difficile tenerla lì con la testa, ma se avevamo semifinali o finale ero sicura che lei ci sarebbe stata. Più alta era la posta, più lei c’era. Ilaria è una giocatrice più continua, nel senso che lei va, indipendentemente da chi ha contro. Gioca con le giovanili? Gioca con la Serie A? Per lei più o meno è la stessa cosa”.

Poi una cosa che piace vedere è che magari non segna tante volte, però fa sempre da raccordo. Si fa sentire sempre.

“Lei deve solo riuscire a capire che essere giocatrice-squadra, che è assolutamente la sua prerogativa, non preclude il fatto che quando c’è da fare canestro lo deve fare. Forse a volte pensa più per le altre invece che per sé stessa, nel finalizzare. Però nonostante la sua giovane età è una ragazza molto matura, molto cosciente dei suoi mezzi. Ribadisco: ha un’estrema serietà sempre e con molta determinazione”.

In spogliatoio, quant’è importante e rispettata Giulia Arturi, la Capitana?

“Non può che essere rispettata. Giulia è, per eccellenza, la Capitana del Geas. La storia parla per lei, è il 14° anno che è al Geas. Ha un modo di porsi positivo nei confronti della squadra. Lei è la nostra capitana, è assolutamente rispettata. In spogliatoio io non entro mai, però per qualsiasi cosa di sicuro la cercano”.

Gli ultimi anni del Geas hanno spesso mostrato un bel gruppo di giovani. Per esempio Costanza Verona, cresciuta molto, e tante giocatrici che la trafila under l’hanno fatta anche con la Nazionale.

“Il focus sulla prima squadra è certamente quello di fare buoni risultati, di prendere soddisfazione dalle vittorie e informazioni dalle sconfitte. Il nostro focus è sempre puntato sul miglioramento delle nostre giocatrici. Verona è venuta al Geas da Torino, in questo momento è il nostro playmaker titolare e si è conquistata pian piano questo spazio. Quest’anno poteva andare in una squadra top, ha deciso di rimanere da noi ed è stato motivo di grande orgoglio, ma lo sarebbe stato anche se fosse andata in una squadra di vertice. È un po’ il nostro focus. Si parla di Zandalasini, ma abbiamo Kacerik che è andata a Ragusa, Barberis che ha giocato a Torino e l’anno prossimo resterà in A1. Poi anche Crippa. Tante sono uscite dal vivaio Geas e ora giocano in squadre importanti. Speriamo prima o poi di potercele anche tenere!”

Crippa che poi è una di quelle giocatrici che basta guardarle.

“Martina è fantastica. Ma lo è anche come persona. Il nostro focus è questo. È ovvio che se una giocatrice deve fare il salto di qualità, per noi è inevitabile che lo faccia, nel momento giusto è corretto farlo. Quando Cecilia è andata a Schio faceva un salto di qualità notevole. Kacerik è andata a Venezia l’anno in cui siamo retrocesse. Crippa non è rimasta per fare l’A3, ma è andata a Lucca. Sono andate tutte nelle squadre forti”.

Il futuro del basket femminile, viste le circostanze, sembra tutto da scrivere.

“Noi stiamo già lavorando sull’anno prossimo. È ovvio che di certezze adesso ne abbiamo poche. Inizieremo a ottobre? Verrà posticipato? Giocheremo a porte chiuse? Con il pubblico? Non lo sappiamo. Adesso siamo a zero. L’importante è che si possa ricominciare. Tra non fare niente e ricominciare ad allenarsi possiamo focalizzarci su questa cosa. Basta che ci sia un punto di partenza, dopo tutto si ricostruisce. È ovvio che come società, come penso un po’ tutte, a parte quelle con i magnati (Schio, Venezia), si scontrano con una situazione economica non favorevole. Questo è un periodo di crisi, di sicuro trovare sponsor e soldi sarà più difficile. Noi siamo un po’ privilegiati rispetto a tante altre società, perché abbiamo comunque quello che io chiamo il benefattore, una persona che è anonima che ha scelto il Geas, che ormai è il quarto anno che ci segue e ha dato tanta disponibilità. In questo momento è la nostra vita. Allianz ci ha riconfermato l’impegno per l’anno prossimo. Basi solide le abbiamo. È chiaro che poi dobbiamo costruire i rapporti con tutti i nostri piccoli sponsor, capire in che situazione si troveranno a settembre e sperare di avere delle risposte positive”.

Nota di colore: c’è chi allena coi tacchi e chi no. Lei ci riuscirebbe?

“No, mai! (ride) Devi sapere che io sono anomala. In casa mi prendono in giro. Adesso con il lockout ci siamo detti: ‘Finalmente si può mangiare’. Pasta col pesce, cuciniamo, via dicendo. Mi sembra di essere ancora una giocatrice, faccio ancora il pasto dell’atleta prima della partita. Mi servono le scarpe da tennis per muovermi. Poi coi tacchi sarebbe difficile muovermi in campo ad allenare!”

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federico.rossini@oasport.it

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Credit: Ciamillo