Napoli, Sparta domato e qualificazione raggiunta. Ma per il primato…

HAMSIK 2811Fatta, già fatta, con una partita d’anticipo, senza poi sfiancarsi troppo (anzi, niente), governando lo Sparta Praga, ringraziando gli dei per le due traverse che hanno fatto tremate i cuori azzurri, però prendendosi la qualificazione e sistemandosi in maniera tale che, battendo lo Young Boys, sarebbe persino primo. Il Napoli che non t’aspetti esce dal gelo di Praga completamente «incappucciato», mica solo fisicamente fisicamente, si nasconde oltre la linea del pallone, evita rischi esagerati, qualcuno ne avverte ma dalla distanza, sostanzialmente preferisce darsi un volto tattico inconsueto, non facendo la partita ma subendola, andando a occupare lo spazio e a chiudere le diagonali di passaggio, facendo densità e guardandosi le spalle, minimizzando i rischi. Con risultati comunque apprezzabili.
MA NO. Così non si può, perché c’è un campo che pare una pista ghiacciata (e l’hanno pure abbondantemente e per due volte innaffiato, a cinque minuti dall’inizio), perché il vento che soffia alle spalle non spinge ma sconvolge le idee, poche e anche un po’ confuse, perché lo Sparta Praga sa come pressare, ha energia, una sfacciataggine nell’andare a raddoppiare ovunque che toglie il respiro. E no, così non si può, e s’intuisce in fretta che la sofferenza resterà palpabile, perché quando (5’) Koulibaly si concede una leggerezza di troppo che innesca la fulminea ripartenza dello Sparta Praga, ci vuole un Rafael reattivo per andare a smanacciare la rasoiata di Dockal. E’ una match difficile da gestire, in quella ghiacciaia che stravolge, però per scaldarsi serve poco e quando Rafael (16’) è prossimo alla disperazione, dopo la traversa di Husbauer, al portiere brasiliano viene l’idea meravigliosa di tentare il tutto per tutto, di credere in se stesso e un po’ anche in Lafata che gli sta davanti, può trafiggerlo comodamente avendolo dinnanzi a sè disteso in terra: ma il prodigio è tecnico e atletico e Rafael riesce, neanche lui sa come, a scacciare via il pallone dalla porta, a riprendersi l’autostima in bilico.

MA SI’. Il Napoli non s’intravede, sopraffatto da quel clima polare e disorientato dalla intraprendenza di uno Sparta a caccia dei tre punti, è 4-2-3-1 ma ciò che resta è l’atteggiamento, la pallida presenza in fase offensiva, la inconsistenza di Higuain (che si lamenta con Benitez perché gli arrivano pochi palloni giocabili) e di Callejon e di Jorginho: lo Sparta è scolastico, anche se vibrante, azzarda un palleggio prolungato, prova a spingere a sinistra – va a sbattere contro Gargano e David Lopez, e soprattutto non si sbilancia.

PARI E PALI . Qualcosa si scorge del Napoli nella ripresa, nulla che entusiasmi, ma almeno la capacità di presentarsi nell’area avversaria, di mettere un po’ in apprensione lo Sparta Praga, di godere dell’avvicendamento del «fantasma» di Higuain con Zapata che dà profondità, fisicità e spallate e riporta Hamsik nel mezzo con l’innesto di Ghoulam. Intanto, c’è un’altra traversa, stavolta (30’) sul destro dai venti metri di Matejovsky, sporcato con maestria dalle punta delle dita del brasiliano Rafael, quelle per niente ibernate ed anzi salvifiche. La necessità di qualificarsi aguzza l’ingegno difensivo: e così il Napoli resta sostanzialmente «basso», smette di staccare gli esterni, fa principalmente contropiede, non arriva per un’unghia con Zapata e Ghoulam sul cross di Mesto e con Hamsik (35’) sfiora il palo.

L’ESITO. Ma la scelta di starsene sotto coperta offre il tepore di ritrovarsi ai sedicesimi di finale di Europa League e concede persino la possibilità di aggrapparsi all’ipotesi primo posto, battendo lo Slovan, dunque limitare i rischi del sorteggio. Ci sono giorni in cui non è necessario stupire o si può farlo restando «normali». Il Napoli che gestisce e anche un Napoli che porta a casa il desiderato.

 

 

Fonte: Corriere dello Sport

Carmine Gallucci

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