Riccardo Cervi, basket: “A Trieste aspettiamo con entusiasmo la prossima stagione. Messina che ha creduto in me in azzurro benzina pazzesca”

Per Riccardo Cervi la stagione attuale è stata tra le più difficili della carriera, a causa delle molte vicissitudini stagionali. Il centro che ha vissuto, soprattutto con Ettore Messina, l’odore della Nazionale, si è trovato senza squadra a inizio stagione. Passato da Varese, stava trovando un buon ritmo con Trieste, prima di essere costretto a fermarsi, assieme a tutto il basket italiano, causa pandemia di coronavirus. L’uomo che per tantissimi anni è stato colonna di Reggio Emilia, anche per il fatto di essere egli stesso reggiano, si è raccontato in questa intervista nella quale ha toccato vari punti della sua carriera con una serie di riflessioni anche sui giocatori americani che arrivano a giocare in Italia.

Il tuo anno è stato difficile in generale, anche oltre l’interruzione.

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“Sì, di sicuro per me è stato un anno pazzesco. Ho iniziato dall’estate scorsa con la morte del mio procuratore, ed è stato già quello un brutto colpo e un cambiamento che ho dovuto fare. Ho poi avuto un piccolo infortunio a settembre, che mi ha fatto aspettare di più e quindi ho iniziato dopo, poi si sa com’è purtroppo andata a Varese. Tutta una serie di cose. Avevo finalmente trovato la quadra a Trieste, in un contesto meraviglioso, poi purtroppo è arrivata la pandemia. Però ho firmato anche per la stagione prossima, perché il progetto è più a lungo termine rispetto alla salvezza, e quindi aspettiamo con grande entusiasmo la prossima annata”.

Prima della pandemia hai la partita allucinante a porte chiuse contro Pistoia.

“Veramente stranissimo. Ci chiedevamo prima tra giocatori e compagni se qualcuno avesse mai giocato a porte chiuse. Nessuno l’aveva mai fatto. È una cosa strana, e oltretutto questa era una partita fondamentale, in casa contro Pistoia, diretta concorrente per la salvezza, quindi di un’importanza altissima. Anche il pubblico non vedeva l’ora di tifare per noi in una partita del genere, in casa nostra, con tutta l’atmosfera che si sarebbe creata e che invece non c’è stata. Ce la siamo dovuta un po’ tirare noi, perché c’era un silenzio di tomba. Una sorta di amichevole importantissima. Per fortuna abbiamo saputo affrontarla bene”.

Peraltro è anche vero che di solito a porte chiuse ci si gioca per altre ragioni, come incidenti precedenti. Questa è una situazione sanitaria.

“Una cosa nuova. Giochi, ma anche col pensiero che mentre stai giocando potrebbe essere che ti stia infettando, ci sono tante dinamiche”.

Quale ragione ti ha spinto a cambiare in corso d’opera da Varese a Trieste?

“Io a ottobre dovevo trovare una squadra che prima di tutto mi curasse e mettesse in forma per circa un mese e, se mi avesse voluto, mi avrebbe firmato. Sapevo che Varese era una sfida dal punto di vista tecnico, perché lo schema di Attilio Caja non è propriamente il più adatto a me, ma sapevo anche che avrei trovato Silvio Barnabà, che è veramente un preparatore eccezionale, che avevo già conosciuto. Ero conscio del fatto che a livello di preparazione avrei fatto un ottimo lavoro, e infatti è stato così. Anche Varese aveva un solo giocatore nel mio ruolo, che giocava 35 minuti, e quindi mi sono detto che ci sarebbe stato qualche spazio per entrare nelle rotazioni. Così non è stato e quindi ho ricevuto la chiamata di Trieste, che è stata piena di entusiasmo, e sono stato molto contento di andare“.

Cosa si prova a giocare per così tanto tempo, sostanzialmente 10 anni quasi ininterrotti, nella città in cui sei nato, Reggio Emilia?

“Credo che sia un moltiplicatore. Nel senso che quando le cose vanno bene è bello il doppio, quando vanno male è brutto il doppio. Chiaramente ti senti molto legato a questo contesto, alla città, alle persone, e quindi vivi questa cosa ancora di più. Visto che sono stati anni di momenti sia molto positivi che negativi, ho vissuto tutto in modo o molto bello o molto brutto. Però è sicuramente un’esperienza che ti fa anche conoscere molto di più la città in cui vivi, perché scopri nuove situazioni, persone che prima non conoscevi. Sicuramente è un’esperienza importante”.

A proposito di alti e bassi, nei tuoi primi tempi in prima squadra la Reggiana è andata a un niente dalla B.

“I primi cinque anni di contratto, dopo le giovanili, sono stati belli perché io sono cresciuto insieme alla mia società, perché ogni anno è stato migliore del precedente ed è dunque stato un crescere a braccetto, insieme ala città, ai tifosi”.

Del resto sono arrivati in sequenza: salvezza in LegaDue (l’A2 di allora), promozione in A1, playoff scudetto, Eurochallenge e finale scudetto. Di questi ricordi a quale sei più legato?

“La vittoria in LegaDue. È stata una festa infinita,con un entusiasmo incredibile e un gruppo di ragazzi pazzesco. È quella che ricordo con più affetto”.

Il paradosso è quello che nell’anno in cui ti sei trasferito ad Avellino ad eliminare la Scandone è stata proprio la squadra della tua città.

“L’anno in cui sono stato ad Avellino la prima trasferta, poi, era proprio a Reggio Emilia! Sono molto portato per questi giochi del destino”.

Quell’anno ti sei trovato a giocare con Ragland che svoltò la stagione.

“È stato un crescendo incredibile perché iniziammo malissimo,perdendo anche il derby in casa con Caserta, che lì è vissuto come la partita dell’anno. Da lì c’è stato l’innesto di due giocatori fondamentali, perché oltre a Ragland venne anche Marques Green (alla quarta esperienza irpina, N.d.R.), e si è creato un gruppo incredibile perché giocavamo con il pilota automatico, ci trovavamo, eravamo con il cervello leggero. Era un piacere. La città si era innamorata di noi, facemmo 12 vittorie di fila. Quello è stato un anno incredibile”.

Poi, al ritorno a Reggio Emilia, altre soddisfazioni, perché nell’annata 2016-2017 hai raggiunto la doppia cifra di media per la prima volta e, in quella successiva, la squadra è arrivata in semifinale di EuroCup con un’eccezionale cavalcata.

“Il primo anno è stato soddisfacente, è vero. Nel secondo ho avuto l’infortunio che mi ha fatto vivere quell’annata, purtroppo, a metà, perché ho iniziato a stagione in corso e poi si creano delle dinamiche per cui servirebbe più tempo per riprendere bene, ma in realtà devi giocare. Ho fatto una stagione senza mai giocare al 100%. Era una cosa che faticavamo noi stessi a credere, perché giocavamo contro squadre dall’enorme blasone, con trasferte difficili. È stata un’impresa da ricordare”.

E Amedeo Della Valle ogni volta era il protagonista.

“Lui è esploso, ha fatto veramente tanto per la squadra”.

Nell’anno di Avellino ti si sono spalancate le porte della Nazionale. Ettore Messina ti sorprese quando ti chiamò e ti diede fiducia per il Preolimpico?

“È stata veramente una cosa che mi ha riempito, perché sapere che un allenatore del genere crede in te è una cosa che ti da una benzina pazzesca, infatti è stata una cosa emozionante e meravigliosa. Se tutto ciò succede in Nazionale, e sappiamo la magia che si crea, è una parentesi veramente unica. Fa veramente essere fieri di avere la maglia azzurra addosso. Sono grato a Messina per questa possibilità che mi ha dato”.

Poi è chiaro che se quel Preolimpico fosse finito meglio, sarebbe ancora più bello parlarne.

“Diciamo ‘leggermente’. Quella è stata un’occasione persa”.

Un po’ tutti ci rimasero male quella notte, in generale.

“Sì, era tutto lì, costruito, tutto perfetto, ma il bello, o il brutto, del basket è anche l’imprevedibilità, quindi bisogna accettarlo”.

Sei poi andato vicino a giocare anche gli Europei 2017, arrivando agli ultimi tre tagli. Sei comunque rimasto un po’ nell’orbita azzurra.

“Mi è dispiaciuto, ma fa parte del mio lavoro. Non bisogna abbattersi. Io la vedo che si lavora nel miglior modo possibile durante la stagione normale e poi, se uno se lo merita, si riceve la convocazione. Sono due cose collegate, se si fa bene da una parte lo si fa dall’altra com’è giusto che sia”.

A livello di Nazionale le cose belle erano accadute anche prima, con l’argento agli Europei Under 20 a Bilbao.

“Quella è stata la prima emozione cestistica della mia carriera, una finale contro una Spagna fortissima, che meritò. Il nostro era un gruppo di ottimo livello, tant’è che moltissimi di quell’annata giocano in Serie A. Io penso che il basket e in generale lo sport sia una sorta di ricerca nel tempo di emozioni che hai provato in passato. Quindi uno si allena, si fa il mazzo con lo scopo poi di rivivere quelle emozioni. Quella è stata la prima e, per quell’età, ti da uno stimolo in più per gli anni a venire”.

È il passato su cui si costruisce il futuro.

“Automotivazione”.

Fra l’altro in quella Spagna c’era Nikola Mirotic.

“Infatti, ma già era uno squadrone, e in più giocavano in casa”.

Adesso come guardi al futuro?

“Sono uno che vive molto alla giornata. Adesso il mio obiettivo è fare l’allenamento di oggi. Non sto a pensare molto a tra due, tre, cinque, sei anni. So che se faccio bene oggi poi sarò soddisfatto. Non so dire, io vivo molto alla giornata”.

A maggior ragione in questo periodo non semplice da vivere.

“Soprattutto nel nostro ambiente, dato che questo è uno sport di contatto e di persone al palazzetto. È uno di quelli su cui c’è più attenzione per la riapertura”.

Nell’ultimo Consiglio Federale è stato dato spazio all’idea di una mascherina speciale per giocare. Cosa ne pensi?

“Chiaramente dovrei vederle, perché stiamo parlando di una cosa che non ho toccato con mano. Personalmente faccio fatica a immaginarle perché non riesco a concepire un tessuto che permetta la respirazione normale, che è molto elevata nel basket, e che impedisca la fuoriuscita di molecole d’acqua o di saliva. Sono una persona molto aperta al progresso, alle innovazioni, ma per adesso queste non riesco a figurarmele”.

C’è un allenatore che su di te ha saputo incidere più di chiunque altro?

“Di sicuro, andando indietro, direi Andrea Menotti nelle giovanili. Poi, negli anni di Reggio, Max Menetti mi ha dato tantissimo spazio e fiducia. Poi con Pino Sacripanti mi sono trovato molto bene ad Avellino, e inoltre era anche l’allenatore dell’Under 20 azzurra. Dico però ad Avellino perché le dinamiche club-azzurro sono diverse, lui ha più peso nelle scelte e nell’organizzazione”.

Con quali compagni hai legato di più e quali sono stati i più forti con cui hai diviso il campo?

“Per quelli più forti direi i big della Nazionale, i vari Bargnani, Belinelli, Gallinari, Melli e via dicendo. Nei club Ragland, Kaukenas, i Lavrinovic. Per quelli con cui ho legato di più, con gli italiani tutti. Poi sono anche uno che cerca di creare un rapporto con gli americani, perché mi piace condividere il più possibile fuori dal campo, anche capire come scherzano, come piace loro stare insieme”.

Con gli americani, poi, c’è un discorso di avvicinare le mentalità.

“Sì, hanno le loro cose, il loro umorismo, un modo di scherzare. È un altro mondo da quel punto di vista, che è bello conoscere”.

Anche il loro modo di mettersi in forma, perché ognuno ha un proprio modo.

“Ognuno ha i suoi personali, l’alimentazione, ci sono mille variabili. Alcuni americani, con un ambiente troppo pressante nei loro confronti, sono controproducenti, mentre alcuni, se lasci loro qualche libertà, poi ti ripagano. Ogni dirigente sa come gestire”.

Qual è stato il giocatore per te più difficile da marcare?

“Mirotic”.

L’annata 2018-2019 fu particolarmente difficile a Reggio Emilia. Cosa successe?

“L’anno scorso è successo di tutto, tra cui i cambi di giocatori, compreso Spencer Butterfield che ha fatto la sua decisione, non se l’aspettava nessuno (ha smesso di giocare, è diventato agente immobiliare e poi è tornato in campo in Francia, N.d.R.)“.

Il che mostra come a volte la logica dei giocatori sia sfuggente.

“Anche perché non è una, ma ognuno ha la sua e ognuno fa le sue scelte”.

E questo porta anche a delle situazioni molto particolari. Anni fa, per dirne una, Ibrahim Jaaber (ex Roma e Milano) abbandonò la pallacanestro per questioni religiose.

“Ognuno ha le sue priorità. Alla fine è anche bello che i giocatori non siano tutti automi, possono esserci dei lati negativi che impediscono a una squadra di girare bene. Ci sono tante variabili”.

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Credit: Ciamillo