50 mila euro di multa e curva chiusa alla società nerazzurra per i cori discriminatori

san-siro-inter-620x300«La maggioranza degli occupanti della curva, circa ottomila persone, ha intonato cori come «Napoli m., Napoli colera sei la vergogna dell’Italia intera»: con questa motivazione il giudice sportivo ha chiuso la curva dell’Inter per una giornata, l’ultima di campionato a Milano con la Lazio, facendo scattare una ulteriore giornata per una squalifica sospesa. Nei giorni in cui il mondo sportivo e calcistico a livello internazionale si mobilita contro il razzismo, in Italia si continua a minimizzare la vergognosa intolleranza contro i meridionali e i napoletani che ha dato vita ad un campionato fatto di cori di ingiurie e di curve chiuse.
Questa volta non si è potuto dire che si è trattato di “pochi” e “isolati” rozzi e violenti. Il giudice sportivoGianpaolo Tosel, infatti, è preciso nella sua decisione: durante la partita Inter-Napoli «i sostenitori della società neroazzurra 19’ e al 24’ del primo tempo, all’11’ ed al 13’ del secondo tempo avevano indirizzato alla tifoseria avversaria dei cori costituenti un evidente comportamento discriminatorio per origine territoriale, i beceri cori sono stati intonati dalla maggioranza degli occupanti (circa 8.000 persone) il settore denominato “secondo anello verde della Curva Nord” e sono stati perfettamente percepiti dai collaboratori della Procura Federale, collocatisi in varie posizioni nel recinto di giuoco».
Scatta così la multa di 50mila euro, più la chiusura della curva per l’ultima di campionato della squadra diMazzarri al Meazza con la Lazio, nella quale era previsto l’addio da calciatore del capitano Javier Zanetti. Inoltre è stata revocata la sospensione della chiusura della curva decisa per analoghi cori dei tifosi interisti nella partita di andata con il Napoli, quindi curva chiusa anche alla prima giornata interna del prossimo campionato. Il tutto nei giorni in cui l’intero mondo sportivo e calcistico è mobilitato in una strepitosa e spontanea campagna contro il razzismo nata dal gesto di Dani Alves, che si è mangiato la banana lanciatagli contro nella partita tra Villareal e Barcellona per assimilarlo ad una scimmia in base al colore della pelle.
Il mondo prende le distanze dall’intolleranza, in Italia lo si fa solo a parole. Perché quello che si sta concludendo è stato il campionato in cui gli insulti razzistici contro Napoli, i napoletani e i campani in genere, sono stati ripetuti con continuità. Storia antica, riesplosa lo scorso anno con il coro «Vesuvio lavali con il fuoco» dello Juventus Stadium fatto proprio, e ampliato nelle forme degli oltraggi, in molti impianti sportivi prevalentemente del Nord, tra Torino, Milano, Bologna, Verona ma anche a Roma. E a ogni decisione del giudice sportivo esplode la contestazione della società di turno, a cominciare proprio dalla Juventus, per spiegare che invocare il Vesuvio e sperare che siano bruciati tutti gli abitanti che abitano alle sue pendici non è razzismo, ma solo campanilismo calcistico. Un’evidente considerazione illogica, visto che all’ombra del formidabil monte ci sono anche, per esempio, tantissimi fan bianconeri.
La sceneggiata si è ripetuta anche ieri in casa Inter, che detiene il record di aver visto per la prima volta il suo stadio chiuso per razzismo verso Napoli e i napoletani. Il presidente nerazzurro Thohir si è affrettato a spiegare con una capriola lessicale: «Non so se si tratti di razzismo, credo si tratti di discriminazione territoriale tra città. Ma le decisioni vanno rispettate». Ma subito il dg dell’Inter Marco Fassone, ex Napoli, si è affrettato a rettificare: «Faremo certamente ricorso, questa norma è da modificare». Una parola di condanna per i cori dell’intera curva del Meazza? Ma neanche a cercarla con il lanternino.

Roberto Ascione

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