Corbo: “Maradona, Messi e Higuain: Argentina ingrata. Che il Pipita torni, il suo posto è a Napoli!”

higuain

Antonio Corbo scrive del trattamento ricevuto da Higuain in patria nel suo editoriale per Repubblica, il Graffio

Il gol di Graziano Pellé chiude il concitato lunedì dei rimorsi. Rimette in ordine pensieri sbagliati che tormentavano dall’alba i napoletani che vivono a Napoli e nel mondo, che si ribellano alle ingiustizie, che conoscono ed amano il calcio. Neanche il tempo di spegnere il televisore, si rimettono in fila partite che sono ormai ricordi, ricordi che velocemente si elevano in giudizi, giudizi che derivano da un’analisi finalmente serena. Tutto in un solo lunedì?

Comincio da Higuain. L’Argentina restituisce al Napoli un giocatore ancora una volta ferito nella sua dignità di campione. Ha sbagliato un gol nella notte di New York City. L’Argentina ricade in quel groviglio di odio e fede, di amici e nemici, di radiocronisti smorfiosi che urlano e piangono, di reporteros agitati e divisi come i loro tifosi sulle rive di Rio de la Plata, il fiume del Sud America lungo quasi 5mila km, come 5mila sono i numeri civici di Corrientes, la stradona dove ogni giorno ed ogni notte gli argentini delirano per una canzone o una polemica. Cinquemila, tutto è grande, smisurato, acceso come i contrasti di Buenos Aires.

Ricordo il giorno della Coppa del mondo vinta dall’Argentina a Mexico Districto Federal. Infelici e divisi anche allora. Negli spogliatoi litigarono alcuni reporteros di un giornale importante con il cognato e gli amici di Carlos Maria Bilardo, il medico oncologo che aveva vinto contro tutti il titolo mondiale, appena otto anni dopo quello del 1978, mentre nelle vele di Luis Menotti detto “El Flaco, il magro, soffiava il potere opaco della dittatura di Videla. Un titolo onesto nel 1896, ma non bastò a Bilardo il suo calcio magistrale. Aveva vinto con Maradona, Burruchaga, Pasculli e otto disoccupati. Una squadra che aveva scaricato da mesi quelli che piacevano ad una parte del pubblico, la “porra brava”, l’ala violenta che sosteneva gli “ispirati”, gente che giocava e perdeva guardando le stelle.

Oggi si accaniscono contro Higuain, non si può sbagliare un gol dopo averne segnati tanti nella Coppa del Reco come nel campionato italiano? Che Higuain torni a Napoli, il suo posto è qui, per un gitano del calcio e della vita la città ama è quella che ti dà lavoro e rispetto. Lo scriveva Vladimiro Caminiti di Tuttosport, uno che scriveva calcio e sentimento, un siciliano innamorato perso della sua terra ma che aveva trovato a Torino lavoro e rispetto più che nella sua Palermo. Gonzalo Higuain, che torni presto. La sua città è questa. I suoi sogni, la sua rivincita, i suoi tifosi sono qui.

Giovanni Marino, un palermitano che ama il calcio, tradito dal suo Palermo, ha intuito il dramma di Higuain prima di altri. Ho preso tempo. Giovanni è un collega bravo, ed a me caro. Ha insistito: Ho reagito. Giovanni, cosa vuoi? Il confronto è stato gonfiato ad arte come un pallone delle sagre paesane da chi non ha sopportato la dimensione di Diego, passato per l’Italia, in Europa e nel mondo con la sua grandezza e le sue disgrazie di uomo. Uomo vero. Infelice, coraggioso, leale. Campione sublime. Irripetibile. Le lacrime di Messi nella notte non lo avvicinano a Maradona. Lo fanno sparire dal confronto. Lo buttano fuori da un ring usurpato. Solo Cruyff nella sua geniale geometria può dire di aver segnato un’epoca, dopo Pelé e anticipando quella di Diego. Immenso Diego. Che cosa hai fatto per non tornare più qui, a Napoli, la tua città?

CIAO BUD!

Carmine Gallucci

360 gradi è l'angolazione minima con cui osservo il mondo. Twitter: @CarmineGallucci

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