L’ex tecnico del Napoli scudettato, Ottavio Bianchi, ha rilasciato una intervista al Corriere dello Sport:
“A casa mia non ho né una coppa né una maglia né un trofeo. E non vado nemmeno più a vedere le partite, le seguo in tv. Non mi piace l’atmosfera che si respira in certi stadi, detesto gli insulti, gli improperi, le contumelie razziste. Quando allenavo il Napoli e venivamo al Nord, mi chiavamano terrone; quando andavo al Sud e allenavo una squadra del Nord, mi davano del leghista”.
Una volta, lei ha detto: “A Como dovevo fare l’incendiario, a Napoli il pompiere”.
“Nel ‘69, con la riforma del calendario liturgico il Vaticano declassò San Gennaro a santo di serie B. I napoletani insorsero e reagirono con la loro ironia, tappezzando la città di scritte e striscioni: ‘San Gennà, futtetenne’. La mia ammirazione per i napoletani crebbe a dismisura. Tre parole per riassumere una filosofia di vita che ho fatto mia, soprattutto nei momenti critici. Se qualcuno intelligente mi muove critiche serie, fondate, motivate, sono il primo a farle mie. Se, a muoverle, è qualcuno che non è intelligente, non me ne curo. Non ho mai perso un secondo di sonno per il calcio: ci sono cose più importanti”.
“A Napoli sono stato giocatore, allenatore e anche dirigente, quando scelsi Lippi prima e Simoni poi. In nessuna altra parte al mondo ho incontrato la cultura, la signorilità, l’intelligenza che ho trovato a Napoli. Ho nella testa e nel cuore il coro che i 70 mila del San Paolo mi dedicarono. Accadde nel maggio dell‘88, in occasione dell’ultima partita con la Samp, al culmine del periodo in cui c’era chi non mi voleva più in panchina”.
Sul comunicato dei giocatori contro Bianchi: “A parte il fatto che era sgrammaticato, alla vigilia della gara qualcuno mi disse che allo stadio ci sarebbe stata una massiccia contestazione dei tifosi contro di me. Quando entrai in campo, invece, il San Paolo cominciò a scandire ripetutamente il mio nome. Non l’ho mai dimenticato”.
“Io sono di parte e la premessa è doverosa. Ma non è per questo che affermo: Napoli, è l’anno buono. E non per la legge statistica dei grandi numeri, ma per i grandi numeri della squadra di Sarri. Non lo conosco, devo dire che è bravissimo. E’ un piacere vedere in azione il suo collettivo. Giocano tutti a memoria. Il calcio è una cosa semplice: quando uno ha il pallone e tutti gli altri restano fermi, non vai da nessuna parte; quando uno ha il pallone e gli altri si muovono sapendo ciò che devono fare, è tutta un’altra musica. Negli ultimi cinque anni il Napoli è arrivato due volte secondo, due volte terzo, una volta quinto. Quando si acquisisce questa continuità di piazzamenti, lo scudetto non diventa più una chimera”.
“Nel settembre dell’86, quando Diego sbagliò il rigore decisivo e il Tolosa ci eliminò nel primo turno di Coppa Uefa, le critiche furono talmente aspre che, rientrato a Napoli, dissi alla mia famiglia: tornate a Bergamo”.
