L’ex calciatore Christian Coco ha rilasciato un’intervista alla Gazzetta dello Sport. Eccone alcuni passaggi:
“Un giorno chiesero a Sacchi: “Se aveste vinto il Mondiale ’94, oggi il calcio italiano sarebbe diverso? Lui rispose no e invece dico sì, sicuro: lo perdemmo e non si coltivò più il seme del cambiamento di Arrigo. Noi siamo rimasti uguali, gli altri sono cresciuti: quella sconfitta fu un passo indietro di dieci anni e il nostro calcio è fermo da trenta. Fermo venti metri di campo indietro: anche la Juve, in Italia così forte che ogni anno dovrebbe vincere lo scudetto a+20 e poi in Europa soffre pure con l’Olympiakos, mica solo con il Madrid. Quell’anno a Barcellona —aprimavera unico italiano rimasto nelle coppe europee — fui il testimone del primo accenno di passaggio di consegne: fra il nostro calcio e quello spagnolo. Il Mondiale 2006? Vinto con i grandi calciatori, non con un grande calcio: gli altri non ne avevano tanti, noi sì. E quando si parla di generazione che non c’è più, rido: in Italia i talenti nascono ancora, però non li facciamo diventare calciatori.
SOLO VINCERE, NON CRESCERE «In Italia con i giovani si sbaglia tutto: un calciatore è un prodotto e devi studiarne il salto, ma non c’è né voglia né tempo di farlo. Di un quattordicenne si dice “Forte, ma è bassino”: conta vincere il campionato di categoria, non progettare la crescita, e i Mino Favini che intuivano il calciatore solo vedendolo camminare non ci sono quasi più. Nella mia accademia calcio a Napoli faccio quel che posso: parlo con i genitori, educo pure loro come i figli alla pazienza. Come facevo io, lì si gioca ancora per strada, dove il mio socio Sasà Varriale va a scoprire i ragazzini. E’ lì che deve partire ancora il sogno. Anzi dovrebbe, purtroppo»”.

