Però non finisce qua: perché i sedicesimi rappresentano il «minimo sindacale» ed il massimo consentito, invece, è quel primo posto per sottrarsi a pericoli nascosti nelle palline, che amiche non sono. L’Europa League è (ancora) del Napoli, ma per poterla guardare con maggiore simpatia, per poter tentare di gustarsela ancora, per ritagliarsi un posto sul tabellone con vista sugli ottavi, conviene battere lo Slovan Bratislava e sistemarsi sulla terrazza del proprio girone. «E infatti noi vogliamo il primo posto». Affinché l’erba sia sempre verde, possibilmente non congelata (né innaffiata) come ieri sera, meglio lasciar convergere un po’ di energia sul ritorno, però dopo aver affrontato la Sampdoria (e anche l’Empoli): accadrà tra due settimane, ultimo appuntamento di questa prima fase, in realtà sulla carta agevole, per assecondare i desideri di Koulibaly. «Non era semplice giocare qui, ma siamo riusciti a pareggiare e dunque a qualificarci. Adesso serve un successo contro gli slovacchi, per metterci in una situazione migliore».
SONO A DISPOSIZIONE. L’«insolita» serata del Napoli, per qualità, è l’«insolita» edizione di Marek Hamsik, che deve reinventarsi esterno di fascia (a sinistra) e che poi, nell’ultimo quarto d’ora, quando viene riportato al centro ed alle spalle di un centravanti che gli apre il campo, qualcosa di sé mostra: «Anche a me piace a giocare là, però in questo momento siamo in emergenza e bisogna fare ciò che serve. Anche prendere un punto. E ora pensiamo allo Slovan Bratislava: batterlo aiuterebbe non poco, perché il sorteggio con noi non si è mai dimostrato comprensivo».
IL NUMERO UNO. Ma Praga resta nella testa di Rafael come la gara della svolta, quella che lo ha ricondotto (in certi momenti) a Swansea, quella che gli ha consentito completamente di riscattarsi con due prodezze ed una prestazione rassicurante: «Io ho sempre avvertito la fiducia dei compagni, della società e dell’allenatore; ma io anche una carriera alle spalle che mi ha formato». L’uscita è sicura, mani alte e presa fiera di se stesso, di ciò che sa, di quello che vuole: il passato è un’ombra lunga (quella di Reina, fascinoso come pochi nel suo ruolo) ma è ormai alle spalle, come l’infortunio di Swansea, come qualche incertezza (tipo Bilbao) che gli è costata parecchio, come quello infortunio che gli ha tolto non solo cinque mesi di campo ma anche un bel po’ di certezze, ricomparse all’improvviso a Praga, al freddo e al gelo. «Ma io penso alla squadra ed al risultato: volevamo vincere, non è stato possibile perché in campo ci sono pure gli avversari e le condizioni della serata non lo hanno consentito. Ma siamo soddisfatti del risultato e pensiamo, contiamo, di passare il turno da primi».
CHE CARATTERE. Minuto sedici di Sparta Praga-Napoli, forse è quello il momento clou della stagione di Rafael; o forse il 30’ della ripresa, quando con le dita devia la randellata maligna che potrebbe rivoltargli l’umore. E comunque è una nottata che rimane, non solo nelle due parate, ma nell’autorevolezza mostrata in campo e soprattutto fuori, quando emerge lo spessore d’un uomo che è abituato a vivere da solo: «Siamo tutti mentalmente forti in questo Napoli e bisogna esserlo per forza se vuoi indossare questa maglia». Che forse ora pesa un po’ di meno….
Fonte: Corriere dello Sport

