Jorginho, il testimone di nozze ‘Bobò’ vittima della Camorra: “Non ho più una vita da quando ho denunciato il boss”

Giuseppe Bruno, in arte ‘Bobo’, è una vera istituzione di Pozzuoli il suo locale ha una lunga e prestigiosa storia sul territorio ed è una delle mete più frequentate dagli amanti della buona cucina, specialmente del pesce fresco e di qualità. Sarri ha scelto il suo locale per festeggiare il suo primo Capodanno da tecnico azzurro nel 2015, ma anche il ds Giuntoli e tutta la squadra partenopea hanno individuato nel suo ‘covo’ il posto ideale per trascorrere serate in spensieratezza per cementare sempre di più il gruppo fuori dal campo. Lo stesso chef ha deliziato più volte anche il patron De Laurentiis con alcuni blitz nel ritiro di Dimaro. Insomma, un’eccellenza.

Tra i giocatori c’è n’è uno in particolare con cui ‘Bobò’ ha stretto un particolare legame, Jorginho. Un legame sincero che si è trasformato in qualcosa di speciale. Il centrocampista ex Verona, infatti, ha voluto che fosse proprio lui il testimone delle sue nozze con Natalia celebrate in Brasile la scorsa estate, a testimonianza di un’amicizia sincera.

‘Bobò’ nelle ultime ore però è salito alla ribalta suo malgrado per una triste vicenda legata al racket sul territorio flegreo. E’ stato vittima della camorra ed ha avuto il coraggio di ribellarsi. Grazie alla sua denuncia, infatti, è scattato l’arresto il 6 aprile scorso del boss Gennaro Longobardi e del genero Gennaro Amirante, accusati di avergli chiesto il pizzo di 1500 euro al mese.

Da quando il titolare ha denunciato la Camorra ha subito uno sfratto del locale, dal posto barca alla Lega Navale, la denuncia dei vicini per il cane che abbaia e il crollo del 50 per cento dei clienti. Il racconto drammatico durante il processo.

Giuseppe Bruno va aiutato! Un padre esemplare e una persona perbene non può essere lasciata sola dalle istituzioni. Anche noi napoletani e tifosi possiamo fare la nostra parte, andando a gustare le sue prelibatezze e frequentando il suo ristorante. Da oggi avremo un motivo in più per scegliare la sua struttura che dà occupazione a tanti giovani ragazzi.

Di seguito riportiamo per intero l’articolo pubblicato ieri da Tiscali News, a firma di Tano Grasso, fondatore del Movimento Antiracket e attuale presidente della FAI, la Federazione Antiracket Italiana.

“Abbiamo deciso di non affittarvi più il locale. Ho saputo da ambienti ‘non propriamente oxfordiani’ che voi avete denunciato il boss di Pozzuoli. Voi adesso avete un marchio indelebile addosso. Queste sono persone che non perdonano. Io in casa mia non vi voglio”. Da cinque mesi è in corso una trattativa per affittare un ristorante. Le parti si incontrano per formalizzare la scrittura dell’atto, tutte le questioni sono state risolte, non c’è più alcun problema commerciale. C’è invece un altro tipo di problema. Appena sopravvenuto, che non ha nulla a che vedere con le relazioni economiche. Semplicemente, da pochi giorni il boss di Pozzuoli è stato arrestato a seguito della denuncia di Giuseppe Bruno, titolare di uno dei più prestigiosi ristoranti dell’area napoletana, il “ristorante BoBò”. Di conseguenza, a Bruno non si può più affittare un’attività, anche se si ha la certezza di un solido guadagno e, attesa la fama professionale, un indiscusso prestigio. Queste sono le regole a cui la maggior parte dei soggetti in queste terre preferisce aderire. La storia che raccontiamo è una storia ordinaria di mafia quotidiana. Chissà quante sono ogni giorno le storie come queste nel nostro Paese, tutte avvolte nel silenzio.

La vicenda estorsiva
Questo episodio è stato raccontato ieri mattina in un’aula del tribunale di Napoli, tra i giudici, il pubblico ministero, gli avvocati dell’imputato collegato in videoconferenza, i rappresentanti delle associazioni antiracket. Con assoluta fermezza e precisione Giuseppe Bruno rievoca l’intera vicenda estorsiva. “Sono le sette di sera del 5 gennaio di quest’anno quando due giovani di 20-25 anni entrano nel mio ristorante e chiedono di BoBò. Appena mi avvicino mi dicono che ‘ci mandano gli amici di Pozzuoli’ e mi fissano subito la tariffa: mille e cinquecento euro al mese, e per il momento. Chiedo chi sono questi amici. Lei è intelligente – mi rispondono – lo sa bene chi comanda a Pozzuoli” e evocano la figura del boss della città. Siamo di fronte alla classica richiesta di pizzo avanzata da due “picciotti” per conto del clan camorristico. C’è la somma d’ingresso, somma che potrà successivamente essere rivista, c’è l’“autorità” del mandante e del garante.

Ecco cosa significa essere imprenditori in queste terre

Giuseppe nella vita non ha avuto nulla di regalato. Per tanti anni è stato cameriere in un altro ristorante, poi maitre di sala, poi chef. Duro lavoro. Ma ancora più duro è stato il lavoro negli ultimi 19 anni, da quando si è messo in proprio e, passo dopo passo, ha realizzato una vera eccellenza nel campo culinario. Sa bene cosa vogliono quei giovani estorsori, conosce la forza e il potere di chi li manda. Sa cosa vuol dire essere imprenditori in queste terre, già nel 2009 aveva denunciato un’altra estorsione. Sa bene tutte queste cose, “non è come giocare con la playstation”, con queste cose non si può scherzare. Da un lato, c’è la qualità e la reputazione del locale. Siamo andati su Tripadvisor e abbiamo cercato un commento scritto in quei giorni di gennaio; due settimane dopo la visita estorsiva, ecco le parole di un cliente: “Ci sono stato con la mia fidanzata, ti consiglia tutto il cameriere, state tranquilli perché vi portano solo pesce fresco… il proprietario è un super-personaggio. Da andare assolutamente… top”. Dall’altro lato c’è la sicurezza, quella personale e dei familiari, quella dei 14 dipendenti. Che fare? Come prendere tempo? Va dai carabinieri e racconta tutto, “con la denuncia pensavo che non venissero più”, dice Giuseppe ai giudici.

I capi clan pensano di essere intoccabili
Purtroppo la previsione si rivela errata. Siamo in terra di mafia e chi è capo di un clan pensa di poter fare sempre affidamento sull’omertà dei commercianti, spesso pecca di presunzione, pensa d’essere intoccabile. Infatti, dopo alcuni giorni Gennaro Longobardi si presenta al ristorante. Continua la deposizione: “Entra e si siede, mi dice che devo togliere questa denuncia: ‘tu devi dire che i ragazzi sono venuti per un preventivo…’(Che fantasia!). Il mio problema è sempre quello di prendere tempo- prosegue Giuseppe- e spiego che al momento gli affari non vanno bene, quando miglioreranno ‘ti farò un regalino’”. La discussione è finita, Longobardi si alza per andare via, Giuseppe tira un sospiro di sollievo, pensa di non avere più problemi. Purtroppo, un altro “purtroppo”, Giuseppe pensa male. “Devi comprare i frutti di mare da mio genero” è il “consiglio” espresso sull’uscio, prodotti ovviamente privi di tracciabilità e venduti senza fattura. Il nostro ristoratore riprende a lavorare, a girare tra i tavoli dei clienti, a fare avanti e indietro dalla cucina, prendere le telefonate di prenotazione, ma non riesce a cancellare dalla sua testa quella che è stata l’affermazione più pesante fatta dal boss: “Io tengo un’agenda con i nomi dei buoni e dei cattivi. E’ il mio libro nero.”

Ma i problemi non finiscono
Dopo gli arresti effettuati a maggio, inizia il secondo tempo di questa storia, iniziano i problemi, stavolta non più con i camorristi ma con le persone “perbene”. Abbiamo già detto di come sfuma l’affare del nuovo locale. “Da maggio mi cade il mondo addosso”. Giuseppe pensava che grazie al suo coraggio, grazie alle indagini dei carabinieri, grazie ai provvedimenti dell’autorità giudiziaria, finalmente, avrebbe ritrovato la tranquillità per lavorare in pace. Invece…

Inizia il proprietario del locale: “Da maggio non mi fa il contratto e vuole buttarmi fuori –continua nella sua testimonianza. Propone nuove clausole assai discutibili, avanza pretese incredibili. Un giorno mi manda un messaggio: ‘Hai messo a repentaglio la vita dei tuoi dipendenti, dei fornitori e di chi ti sta intorno’”. Si prosegue con la Lega navale, nel cui sito compaiono tra gli altri i loghi del ministero della difesa e quello dell’ambiente. Da quasi tre anni Giuseppe teneva un posto per il gommone, per lui indispensabile per la grave disabilità della figlia. Freschi come l’acqua gli dicono: “Ci dispiace non c’è più posto, quello che lei aveva era provvisorio”. Non mancano i problemi con i vicini di casa adesso che quando rientra la notte è accompagnato dai carabinieri: “Sono stato denunciato perché i cani abbaiano”. E, naturalmente, il cerchio si chiude con i clienti e con un calo di quasi la metà.

“Io rimango qui, faccio questa battaglia”
Tutto accade dopo maggio. “Ben venga maggio, ben venga la rosa che dei poeti è il fiore”, canta Guccini. Ma nel “nostro” mese non è venuto “il gonfalone amico”. Al termine della sua testimonianza, anche commovente per alcuni riflessi personali, Giuseppe Bruno, l’eccellente ristoratore campano, ha un momento di sfogo, si rivolge alla corte: “Le persone per bene devono andare via dall’Italia? Io rimango qui, faccio questa battaglia. Voglio solo verità. So bene che devo scalare questa montagna, e io la scalerò”.

Fonte Tnt