Settore Giovanile: ecco la dichiarazione di Arrigo Sacchi che ha scatenato polemiche…

 
 
   

Le dichiarazioni di Arrigo Sacchi hanno generato una lunga scia di polemiche, sia per quanto riguarda la deprecabile forma, ma anche per quel che concerne il contenuto. Su una cosa non ci si può non sbilanciare, ovvero che l’ex tecnico di Milan e Atletico Madrid ha certamente posto la questione nella maniera peggiore e, per quanto riguarda un personaggio che ricopre una carica all’interno delle istituzioni calcistiche, la forma non può essere accantonata, ma deve necessariamente andare di pari passo alla sostanza. Il problema più grande forse è però quello del contenuto nelle affermazioni di Sacchi.

La questione dei troppi stranieri nei settori giovanili ormai è una litania che viene ripetuta ad ogni grande manifestazione dedicata a squadre che vanno dalla Primavera in giù, ripresentandosi puntuale ad ogni Viareggio Cup o Arco di Trento.

La percentuale di stranieri, all’interno dei nostri serbatoi calcistici, è certamente aumentata e, all’atto pratico, frutta poco alle prime squadre, perché pochi arrivano poi a calcare i palcoscenici che veramente contano. Ma quanto converrebbe realmente scommettere sugli italiani, se poi anche loro finiscono nel dimenticatoio una volta superata l’età per poter stare nel settore giovanile?

Probabilmente è il caso di rivedere il funzionamento della struttura calcistica, senza voler per forza intraprendere battaglie in nome di un made in Italy poco funzionale e molto fine a sé stesso. Dal 2005 ad oggi, ad esempio, la Juventus ha disputato ben 5 finali della Viareggio Cup, vincendone oltretutto 4. Dei tanti ragazzi che si sono alternati in maglia bianconera, solamente uno ci è rimasto, ovvero Claudio Marchisio, mentre tanti si sono comunque affermati nelle massime serie, attestandosi però come giocatori di media fascia, come ad esempio De Ceglie o Giovinco. Sicuramente il talento è stata una componente fondamentale per far emergere quello che probabilmente sarà il prossimo capitano dei bianconeri, ma a consentirne la graduale crescita ha contribuito anche un anno di apprendistato nell’Empoli di Gigi Cagni, dove Marchisio, nella stagione 2007/2008, collezionò 26 presenze, prima di tornare alla casa madre con un bagaglio di esperienza in grado di poter far sì che si ritagliasse il suo ruolo di primo piano all’interno di uno dei primi club al mondo.

Caso analogo potrebbe essere quello di Alessandro Florenzi, che un Viareggio non l’ha mai vinto, ma indossava i galloni di capitano nell’ultima Roma Primavera scudettata. Dopo i successi nel settore giovanile, l’attuale centrocampista giallorosso andò a farsi le ossa a Crotone, dove gli almanacchi registrano 35 presenze e 11 gol in una stagione che non può non aver dato avergli dato la vera dimensione del calcio dei grandi, tanto da consentirgli di scendere in campo in 36circostanze nell’anno del rientro tra le mura di Trigoria.

Stesso percorso, ma con maglie diverse nella stessa città, lo sta compiendo anche Danilo Cataldi, salito nelle gerarchie diStefano Pioli dopo un anno da studente in quella Crotone che gli ha concesso 35 gettoni di presenza e tanta esperienza in più per ripresentarsi a Formello da giocatore sicuramente più maturo.

Se tre indizi fanno una prova, probabilmente questi numeri e nomi potrebbero innescare una riflessione. In tutti i casi citati, l’apprendistato in altre squadre è stato una tappa, se non fondamentale, certamente propedeutica e altamente formativa. Intercorre troppa differenza tra il settore giovanile e qualsiasi categoria del professionismo. Tanti ragazzi approdano nelle prime squadre, sicuramente pronti sotto l’aspetto tecnico, ma completamente sprovvisti dell’agonismo necessario a giocare in una realtà dove i tre punti fanno decisamente la differenza in chiave vittoria, promozione o salvezza.

Il problema probabilmente è alla base culturale di un paese che chiede ai propri tecnici di puntare sulla linea verde, ma poi pretende risultati sopra ogni cosa, venendo meno all’iniziale richiesta di lanciare i giovani.

Manca probabilmente uno step intermedio, che permetta ai ragazzi di adattarsi al calcio dei grandi, senza l’eccessiva pressione di doversi sudare il posto a tutti costi. L’idea di puntare sui giovani, cozza con la spasmodica ricerca del risultato a tutti i costi, con i campi dove gli insegnamenti del settore giovanile rimangono impantanati nel fango e vincere diventa l’unica cosa che veramente conta. La Riforma Tavecchio propone una risoluzione del problema con l’obbligo del tesseramento di quattro elementi cresciuti nel vivaio, ma questo non imporrà ad Allegri, Garcia o Benitez di doverli poi per forza impiegare, costringendo magari gli stessi ragazzi a restare un anno tra tribuna e panchina, maturando una relativa esperienza solamente in allenamento.

Va trovata una soluzione che permetta ai ragazzi, italiani o meno, d’iniziare a giocare fin da subito, magari evitando che restino più del dovuto nelle Primavere o che passino due o tre anni prima di disputare una stagione intera tra i professionisti. Dalla Bosman non si tornerà indietro, a torto o a ragione, ma probabilmente da quel momento non si è neanche andati realmente avanti, lasciando che altri Paesi prendessero spunto dalle nostre idee del passato per renderle attuali e vincenti. Gli stranieri, forse, sono solo gli ultimi dei problemi

Fonte: calcionazionale

Settore Giovanile: ecco la dichiarazione di Arrigo Sacchi che ha scatenato polemiche…

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