Professore Trombetti, la finale di Coppa Italia l’ha vista all’Olimpico oppure in tv?
“Non sono andato allo stadio, l’ho vista in televisione. E ho avuto la sensazione di un certo squallore, la mia percezione era che nessuno sapesse cosa fare. Come tutti, quando ho visto quel signore che è sceso a discutere con Hamsik, a poche decine di metri dalla tribuna piena di autorità, sono trasalito. Però l’assessore Edoardo Cosenza era in curva, a Roma, con tutta la famiglia, a testimonianza del fatto che ci fossero tante persone per bene. Ebbene lui non l’ha neppure visto. Anzi, si è lamentato del fatto che nessuno li ha informati di nulla”.
Professore, la gestione dell’afflusso dei tifosi napoletani a Roma non è sembrata delle migliori. Gli stessi poliziotti si sono lamentati perché c’era una sola pattuglia a Tor di Quinto, dove dovevano passare migliaia di fan azzurri visto che il parcheggio dei bus era lì. E proprio lì è accaduto il peggio.
“Premetto che se non ci fosse stato un delinquente che si è messo a sparare, se ci fosse stata solo una scazzottata come al solito, non ce ne saremmo accorti. E non ne staremmo parlando. Detto questo, la gestione complessiva è stata senz’altro inadeguata. Però c’è un problema più generale”.
Quale?
“Bisogna capire se quello della violenza è un fenomeno che sta nel Dna del calcio oppure, come penso io, è un fenomeno che ha radici esterne al mondo del calcio, che viene da più lontano. Il terminale di un malessere sociale dai contorni paranoici. Intanto il calcio deve decidere se diventare una grande e moderna impresa dello spettacolo oppure restare una vecchia sagra di paese. Le carenze organizzative ascrivibili alle società sono enormi. Con questa organizzazione, basta una banda di belluini, in realtà abbastanza pochi, per mettere a ferro e fuoco stadio e città. E lo stadio è la scena ideale per un war game, per la loro guerra. Ci sono i simboli, ci sono i nemici. I tifosi avversari, gli arbitri, i poliziotti… Uno dei miei pallini è che le scene di incidenti non dovrebbero essere mandate in onda, per non consentire a queste minoranze di nutrirsi della pubblicità che ottengono nello stadio-palcoscenico. Anche la gestione di molti impianti lascia a desiderare. C’è sudditanza e, diciamo la verità, non stupisce che certi personaggi riescano sempre a entrare, magari anche agli allenamenti a porte chiuse. Mentre i giornalisti restano fuori”.
Di chi è stata la colpa della follia romana, chi ha sbagliato? I poliziotti?
“Sui poliziotti la penso come Pasolini, sto comunque con loro che rischiano la vita per pochi soldi nell’interesse di tutti noi. Non si può negare che c’è stata leggerezza nella gestione complessiva. E mi fa arrabbiare che Napoli e la napoletanità siano sempre sotto accusa, anche quando sono vittime. Non accuso i romani, ma non si può mistificare, non può diventare tutto Genny ‘a carogna, è disgustoso. I violenti ci sono ovunque. A Roma come a Napoli come a Torino. Personalmente mai avuta tanta paura come girando per Verona mentre andavo allo stadio. Quindi è paradossale che nella situazione specifica, la finale di Coppa Italia, passi il solito stereotipo negativo su Napoli. I tifosi napoletani non sono tutti damerini, non sono sempre le vittime delle aggressioni, ma in questo caso lo sono stati. Perché non ammetterlo?”.
È d’accordo con chi in Parlamento chiede la dimissioni del questore di Roma?
“Non entro nel merito, non tocca a me, e penso che sia presto per sentenze definitive. Però certamente in quest’occasione occorrerebbe chiedere scusa ai tifosi napoletani, ce n’è addirittura uno che non è ancora fuori pericolo e al quale vanno i miei auguri di pronta guarigione. Poi si deve assolutamente invertire la tendenza. C’è un profondo problema culturale”.
Si spieghi.
“Non è possibile che se un calciatore si fa male, i tifosi avversari cantino “Devi morire, devi morire”. Non è possibile che si faccia “Buu” ai giocatori di colore. Il punto è che in Italia non c’è cultura sportiva. Anche perché nelle scuole non si fa sport. E la cultura sportiva si assimila da ragazzi o mai più. Ancora, gli stadi sono quasi tutti poco accoglienti e insicuri. Per risolvere il problema bisogna affrontarlo sul serio e cominciando dal principio. Solo così le persone perbene potranno andare tranquillamente alla partita. In Inghilterra ci sono riusciti”.
Fonte: Corriere del Mezzogiorno

