Parla Angelo Pierleoni:” Maradona il più forte, ora sogno di allenare…”

 
 
angelo pierleoni
   

 

Ecco la bellissima e curiosa intervista ad Angelo Pierleoni, lo sciupafemmine di Celano che conquistò la serie A

CELANO. Se Antognoni era il ragazzo che giocava guardando le stelle, Angelo Pierleoni è stato il ragazzo che le stelle, quelle metaforiche da giramento di testa, le faceva vedere agli altri. Quel Pierleoni che da un campetto di parrocchia ha rincorso il pallone fino alla serie A. Quel calciatore che ha fatto volare le squadre dove ha giocato ma che aveva una paura fottuta di salire su un aereo. Il Pierleoni sciupafemmine e quello che non le mandava a dire neanche allo storico presidente dell’Ascoli, Costantino Rozzi.

Pierleoni e il calcio. Amore vero?«Tutta colpa dei miei fratelli Sandro e Luigi. Giocavano in un campetto dietro la chiesa del Sacro cuore, a Celano. Io li imitavo. E mi sono innamorato del calcio. Il mio primo allenatore fu Abramo Frigioni. Avevo 12 o 13 anni. In una rappresentativa provinciale mi videro i dirigenti del Teramo e mi vollero con loro, pagandomi 5 milioni di lire. Avevo 15 anni. A 16 anni e mezzo ci fu il mio esordio in serie C col Teramo».

Il grande salto col Messina.«Proprio così. Dopo una parentesi a Benevento, dove giocò un brutto scherzo la nostalgia, arrivai in Sicilia, in serie B. Il primo anno con Scoglio in panchina, il secondo con Zeman. Col tecnico boemo feci 11 gol. Accanto a me Totò Schillaci, che in quella stagione realizzò 23 reti. L’anno dopo lui andò alla Juve, io finii al Brescia, in A. Ma non fu un’esperienza fortunata».

Ci fu il primo litigio dell’esuberante Pierleoni?Rimasi appena tre mesi, a causa dei dissapori con l’allenatore Varrella. Diciamo che lui non voleva problemi e io non volevo farmeli creare. Così chiesi la cessione. E mi prese il Cesena di Marcello Lippi, sempre in serie A. Avevo 27 anni e alla partita d’esordio, contro l’Ascoli, realizzai il mio primo gol nell’olimpo del calcio italiano. Lo rivedo ancora nella mia mente: cross di Turchetta e io di testa, quasi in tuffo, faccio esplodere lo stadio».

Con l’Ascoli ci fu la maturazione di Pierleoni. «Mi volle a tutti i costi Rozzi, un presidente che mi ha amato tanto. Anche se in un’occasione non fu buono».

A che si riferisce?«Dopo due stagioni all’Ascoli mi chiese il Milan. Dovevo andare al posto di Eranio che si fece male. Non ho mai avuto un procuratore e Rozzi mi dichiarò incedibile, facendomi perdere quella grande occasione. Però, Rozzi è stato un presidente vero, di quelli che non trovi più. Un uomo sanguigno, un po’ come me…».

Sanguigno e sciupafemmine. È vera la fama?«Rispondo solo che in 4 anni ad Ascoli ho giocato 110 partite. Cosa impossibile per un donnaiolo. Non sono stato un prete, ma vivevo il mio mondo e sapevo gestire sia la vita privata che quella professionale».

Il gol più bello?«Alla Juve, la squadra per cui tifo fin da ragazzino. Più che un gol bello fu un gol importante. Alla Juve di Maifredi, quell’anno, giocava Roby Baggio. E De Agostini mi marcava. Segnò il mio amico Schillaci e la partita finì 1-1. Ricordo con piacere anche un gol al Milan, in Coppa Italia, quando mi marcava Paolo Maldini».

Il calciatore più forte che ha incontrato?«Nell’elenco metto Baggio, Maradona, Matthaus, Gullit e Van Basten. Quando stavo a Padova notai subito le qualità di Del Piero. Il calcio vero, che adesso in Italia non c’è più».

A che si riferisce?«Al fatto che non c’è più qualità, in Italia è rimasta solo quantità. Oggi i campioni si contano sulle dita di una mano. Rispetto ai miei tempi la qualità è scesa del 50%».

Il suo rimpianto?«Troppo schietto con le persone, perché non ho mai amato i compromessi. Chiedetelo a Zeman».

Ci racconti.«Un giorno mi disse: come fai a non giocare in nazionale? E io gli risposi: ma mister, sono in serie B. Ecco, per Zeman ero da nazionale. Sono convinto che se fossi stato un ruffiano avrei potuto fare un’altra carriera».

Anche il suo incontro con Rozzi fu burrascoso. Una leggenda?«Rozzi chiese un consiglio su di me a Luciano Moggi, che all’epoca si trovava in un’altra squadra. Moggi disse di prendermi perché avevo buone qualità. Così Rozzi mi invitò a pranzo. Non riuscivamo a trovare un accordo sulla cifra e a un certo punto mi alzai per andarmene. Rozzi si alzò a sua volta e con la bocca piena, mentre masticava un carciofino, mi disse: ti do 320 milioni tondi tondi, ma tu e Nedo Sonetti (l’allenatore, ndr) dovete farmi vincere il campionato. Se non lo fate vi butto dal terzo piano. Quell’anno vincemmo con 52 punti e andammo in A».

Infine ad Avezzano.«Sono tornato nella mia Marsica grazie a Mauro Gentile e Aureliano Giffi. Ad Avezzano ho rincontrato Ersilio Cerone e Roberto Di Nicola. Avevamo il famoso tridente delle meraviglie Di Nicola-Pierloni-Tortora. L’attacco più vecchio della C che fece una valanga di gol».

E che dice della Valle del Giovenco al centro di una serie di inchieste?«Sono andato via dopo la vittoria del campionato con l’Avezzano. Non mi piaceva la Valle del Giovenco. Quello che è successo lo pensavo».

E nella sua Celano?«Mi sono trovato bene con la famiglia Piccone, quando ero collaboratore del tecnico Modica. Oggi non più con gli attuali dirigenti ».

È vera la fobia per il volo?«Sì, ho paura. A Messina prendevo sempre l’aereo ma una volta, prima di un atterraggio a Fontanarossa, si accesero luci rosse e allarmi. Sono un tipo ansioso e da allora… Solo Lippi, una volta, mi convinse a prendere un volo per Cagliari dopo avermi dato una pasticca per farmi addormentare. Con l’Avezzano, nella trasferta di Catania, dovettero accompagnarmi in macchina. I dirigenti erano preoccupatissimi: con tutti questi chilometri come farai a giocare? Lasciatemi tranquillo, risposi loro. Portatemi lì e prometto che vi faccio due gol. Vincemmo 2-1. Con una mia doppietta».

Il futuro?«Vorrei allenare. Anche perché vedo su tante panchine gente che non ha mai giocato al calcio. Io, invece…».

Fonte: centro pescara

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