Dalla svolta tattica e mentale ai fattori esterni: la rinascita di Lorenzo Insigne

INSIGNE 0610L’evoluzione tattica: “Insigne è un attaccante e deve giocare a 20, massimo 30 metri dalla porta”, queste le parole di Zdenek Zeman, uno che Insigne l’ha formato. Benitez nel post-partita contro il Torino gli ha risposto che la Serie B è diversa dalla A ma nella preparazione tattica della gara ha sembrato dare ragione al maestro boemo: il classico 4-2-3-1 sembrava più un 4-3-3 mascherato, con Callejon più basso del solito, Insigne più avanti e Higuain pronto a girare per tutto il fronte offensivo, favorendo gli inserimenti centrali di Michu. Un Insigne così vicino alla porta non lo si vedeva tanto. Addirittura due volte a tu per tu con Gillet nel primo tempo prima di sbloccarsi, finalmente, nel secondo tempo, girando in rete un cross dalla sinistra di Zuniga.
Già, Zuniga. L’unico esterno difensivo completo, capace di difendere e allo stesso tempo attaccare. Continue le sovrapposizioni ed i duetti con Lorenzo; continui i tagli al centro volti a portare via l’uomo dalla marcatura. Da un intuizione di Lorenzo nasce anche il gol del vantaggio: logico servire Higuain in profondità, geniale cercare Callejon sul secondo palo. Con il colombiano alle sue spalle, Insigne può stare più tranquillo nella fase di non possesso, non c’è bisogno del raddoppio costante anche perchè il Torino ha cercato di colpire sulle fasce solo in rare occasioni.

Svolta mentale: Il palo del primo tempo dava l’impressione che la maledizione non accennasse a finire, eppure le qualità erano destinate a venir fuori. Ovviamente. Se un allenatore dal curriculum così prestigioso punta su agonismo e resistenza atletica di un ragazzo di 23 anni qualcosa vorrà pur dire. Dortmund, Roma, Torino, sono solo alcune delle piazze calde in cui Insigne viene preferito al suo gemello, Mertens: uno che parte palla al piede e devi solo stenderlo. Uno che la palla te la manda in rete, uno che a gara in corso ti spacca la difesa avversaria.
Eppure la storia a volte chiede nuovi protagonisti, nuovi eroi. Un gol per liberare il cuore, per correre ed abbracciare tutto lo stadio. Un gol per divenire il nuovo “Masaniello”: Larrondo non lo affronti di petto se hai il cuore gonfio di tristezza. Le lacrime servivano a mandar via le critiche e cancellare i gestacci dei mesi scorsi. Un leader: è quello che serve al Napoli. Il Napoli dello scudetto aveva 13 calciatori campani, oggi uno solo, l’“ultimo dei mohicani” a rappresentare la napoletanità nello spogliatoio. Benitez sa quanto è importante l’attaccamento alla maglia, lo sta tirando fuori da Walter Gargano, utile combattente sulla mediana e ha più volte definito importante il “sentimento” di Insigne che, però, può suscitare anche ulteriori pressioni sul giocatore.

Nazionale: Proprio i gesti ai tifosi, durante la maledetta sfida col Bilbao, hanno congelato la chiamata in Nazionale di Lorenzo. Conte lo segue, pensa a lui per il ruolo di seconda punta, ma è un sergente di ferro: vietati comportamenti irriguardosi. Testa china e pronta risalita, un altro azzurro aspetta Lorenzo.

Contratto: C’è già l’intesa per il prolungamento del contratto fino al 2019. Le cifre sono le stesse, però, sono uguali allo scorso anno. Un gentlement agreement tra l’entourage di Lorenzo e dirigenza azzurra, da affrontare, però, il nodo dei diritti d’immagine. Già, proprio quelle che in estate avevano fatto storcere il naso a Lorenzo che dovette rinunciare ad una proposta di sponsorizzazione di un’azienda colpita proprio dalla sua resistenza atletica; un’opportunità da non poter cogliere per le clausole che prevede il Napoli nei contratti.

Lega Pro: La tripletta segnata dal fratello Roberto con la maglia della Reggina, avrà dato il proprio apporto al riscatto morale di Lorenzo. Fratelli, eclettici, geniali: il primo è dotato del guizzo, della tecnica, di un’ampia visione di gioco periferica, soprattutto nel lato del suo piede naturale, il destro. Il secondo ha forza, progressione, è più attaccante. Il primo predilige l’out mancino, il secondo da mancino, quello destro. Entrambi accomunati, però, da un fattore: scarsa precisione col piede debole. Un limite evidente ancora di più nelle giocate di Lorenzo che difficilmente calcia a rete o prova l’assist illuminante con il sinistro. Sono carenze relative alla formazione tecnica, sotto quest’aspetto influiscono i limiti del settore giovanile del Napoli che non ha mai avuto strutture di proprietà, centri a completa disposizione in cui l’allenatore di turno può soffermarsi su un lavoro di crescita individuale dettagliato. Influisce anche l’italiana cultura del risultato presente nei vivai dove conta più preparare la prossima partita dei campionati Giovanissimi, Allievi e Primavera che impegnarsi a fondo per la crescita dei ragazzi. Dal limite sul piede debole l’ossessione di provare, sempre, il tiro a giro di destro, di Lorenzo, e raramente il “colpo destrorso”, Roberto. Ma nel calcio si sa, un gol apre mille strade differenti. Entrambi lo sanno e cullano il sogno di giocare insieme al Napoli. Possono coesistere. Sono giovani. Sono fratelli. Il Napoli può viaggiare sulle ali dell’entusiasmo.

 

Fonte: Iamnaples

Carmine Gallucci

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