Antonio Corbo scrive dell’acquisizione del Bari da parte di De Laurentiis nel suo editoriale per Repubblica ‘Il Graffio’:
“Aspettavano Cavani, poveri illusi. I tifosi ora leggono che Aurelio De Laurentiis ha preso il Bari. Che c’entra il Bari, reagiscono, se c’è da investire per far vincere il Napoli? La notizia è traumatica come uno choc. Fa male, ma lentamente riporta alla ragione. Dissolve tutta l’ipocrisia che soffoca il calcio: amore, fede, passione sono parole fuori del tempo, sotto la luce gelida della modernità: il gol è affare, le società sono imprese, nel tramonto oscuro dei presidenti amati come l’interista Massimo Morati i club finiscono ai cinesi, come aziende rottamate, dismesse, fallite.
È fallito anche il Bari, sparito in serie B e riapparso tra i dilettanti nella città che venerava e poi ha ripudiato i Matarrese. Imprenditori del mattone costretti a finanziare gli sprechi di una società troppo grande per la B, troppo piccola per resistere anche in seria A. Andarono fino i Inghilterra, a Birmingham, per comprare in una notte dall’Aston Villa gli inglesi Paul Rideout e Gordon Cowans, due miliardi di lire. Estate 1985. Sembrò poco ai tifosi baresi, neanche si chiesero quanti palazzi potessero valere, si alzò presto il vento della contestazione.
La gratitudine del pubblico è sempre il sentimento dell’attesa, sconfitte e retrocessioni cancellano la memoria. Il Bari non costa nulla a De Laurentiis, perché lui non compra, perché gli è stato offerto gratis in serie D, perché il sindaco Antonio Decaro sceglie lui tra undici concorrenti. Un motivo c’è. Sa che il calcio è ancora tra i sogni della sua città, ha preferito De Laurentiis perché nessuno sa venderli meglio.
Il calcio non regala ma vende sogni. È affare, De Laurentiis non fa mistero nei bilanci dei dividendi, l’attivo coincide per fortuna sua e dei tifosi con risultati tecnici elevati, alta classifica in campionato e qualificazioni europee. Sperare nell’arrivo di un benefattore è come credere in una politica senza disastri e corrotti, in metropoli senza traffico, in bus frequenti e puntuali anche a Napoli. Aspettare sceicchi, russi e cinesi per vincere finalmente il terzo scudetto è puerile illusione.
Perché non accade neanche più in Inghilterra, dove il calcio è il business del momento. Fino a qualche anno fa, due club inglesi su tre erano in rosso. Oggi sono tutti con i conti in attivo e i fatturato superando dell’86 per cento la Spagna seconda nella classifica di uno studio della società Deloitte sul calcio europeo. Il Manchester United fu rilevato nel 2005 da Joel e Avran Glazer, li ha fatti ricchi vincendo 18 titoli, con spese oculate. Nel 2017 si è registrato un aumento dei fatturati del 9 per cento sull’anno precedente, e i finanzieri dei fondi americani scommettono sull’europa del gol.
Paul Singer con il figlio Gordon (fondo Elliot) è appena arrivato con 303 milioni, sicuro di rivendere il Milan a 600 fra qualche anno. Il Napoli che cosa rischia? Nulla, perché De Laurentiis comprerà nei limiti della sua ragionata parsimonia. Forse anche qualche euro in più. Ha un motivo in più, adesso, per dimostrare di essere uno scaltro uomo d’affari, come lo considera il sindaco di Bari, Antonio Decaro, ma non certo uno spregiudicato affarista.
A Bari riproporrà infatti il metodo Napoli: vincere abbastanza tenendo i conti in ordine. Napoli rischia invece solo se lo stadio di Bari, progettato da Renzo Piano, farà da calamita per qualche partita di Champions, se il San Paolo è una questione storicamente irrisolta”.

