Corbo: “Decidono l’arbitro e Koulibaly ma situazione razzismo è grave. E quei sermoncini di Sky…”

Corbo sul Napoli

Antonio Corbo commenta la sconfitta del Napoli contro l’Inter nel suo editoriale per Repubblica ‘Il Graffio’:

“Decidono l’arbitro e Koulibaly, tutt’e due perfetti fino a quel momento. Minuto 36 della ripresa. Koulibaly innervosito dai cori razzisti di striscio ferma spalla contro spalla Politano, riceve un’ammonizione eccessiva davvero, reagisce agli ululati con un applauso di ingenua platealità.

Applauso rivolto a chi: a pubblico o all’arbitro? Di certo offre a Mazzoleni il pretesto per rispondere ai timori di De Laurentiis e alla pacchiana insinuazione di Allegri turbato dal pari a Bergamo. Ci risiamo: Koulibaly e Mazzoleni, a Milano come a Firenze. Un’altra partita distrutta, ma peggio fa Insigne che inutile per quasi tutta la serata sferra calci a Keita, che l’aveva provocato.

Tutto sembra più chiaro quando parla Ancelotti a Sky. Si apprende che c’erano stati tre annunci per fermare gli ululati del pubblico. Carletto rivela che già nell’intervallo Koulibaly era nervoso, profondamente toccato. Una condizione insopportabile per un giocatore che conduce una battaglia contro il più becero razzismo.

Ora dicono tutti che bisogna intervenire. Ma in questi mesi non è l’Italia che ama chi non ama i migranti? Dal governo quale buon esempio arriva alle belve stupide di pelle bianca dei nostri stadi? Quale invito c’è a rispettare il diverso, il debole, l’ultimo? Il mio pessimismo peggiora ascoltando i sermoncini di Sky.

Nell’archivio del 2018 rimane questa serata di inaccettabili isterismi, controllata da Mazzoleni fin quando ha retto a polemiche e forse a vecchi scrupoli. Ma rimane come un mistero anche un capriccio di Ancelotti. Con lo scatto di fantasia del finto calmo inventa Callejon terzino destro. Facile il retropensiero malizioso: Hysaj è già a Londra con Sarri?

Ma c’è tempo, il mercato è lungo, si riflette sull’idea che sembra avvincente perché era la linea mediana sotto osservazione: lì si nascondeva il guasto di un Napoli più lento di piede e pensiero. L’espediente consente di tenere in campo sia Fabian Ruiz che Zielinski, il primo al posto di Callejon e l’altro a sinistra. Ma dopo una ventina di minuti è tutto da riscrivere, perché Hamsik si ferma per un insulto muscolare, inedito nella sua lunga carriera.

Callejon torna quarto a destra in mediana, lasciando il settore difensivo ad un convincente Maksimovic. Nel cambio il Napoli si consolida in una partita che lo vede inesorabilmente compresso. Fuori un tristissimo Hamsik, nasce una coppia centrale in mediana con Allan e Fabian Ruiz che combatte senza mai arginare Joao Mario, nel primo tempo si vede la sua testina lucida scivolare nei quartieri azzurri del Napoli.

Qualcosa non va, perché il Brasile ha restituito Allan più svagato e meno umile, perché Mario Rui stenta a trovare un rivale tra Politano, D’Ambrosio e Borja Valero né riesce ad attivare la catena di sinistra, mancando Insigne che cammina osservando compagni e rivali con l’austero disinteresse del piccolo cattedratico. Ma Milik deve sbrigarsela da solo, non avendo contatti. A sinistra gli manca Insigne, a destra non sale Callejon perché su quel versante deve ostruire la cordata sinistra dell’Inter, dove sembra imprendibile Joao Mario almeno fino alla sostituzione.

Un curioso equivoco rimette la partita su un altra piattaforma. Dovrebbe entrare Mertens, ha già il destro in campo, ma il Napoli blocca il cambio: non deve più uscire Insigne ma Milik. Forse Ancelotti ricorda i buoni rapporti tra i due piccoli fantasisti, la loro intesa negli spazi larghi, quel continuo cercarsi. E ripensa forse ai momenti di intollerabile incomunicablità tra Milik e Mertens, non solo perché parlano lingue diverse.

Con Insigne e Mertens accelerano anche Zielinski, lentamente riemerge il Napoli che segnala gli affanni di un’Inter ormai stanca, aggrappata solo agli estri tardivi di Politano. Asamoah deve respingere sulla linea un tiro di Zielinski dopo un’aggressione del Napoli, con Handanovic ormai già in ginocchio. Mancava un minuto alla feroce beffa. In un finale che lascia troppi perché”.

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