Il Copasir nella sua relazione su “Immuni” ha sottolineato l’importanza che i dati siano gestiti e conservati in Italia e che rimangano sempre anonimi
Una certezza: l’app di tracciamento dei contatti non è stata uno dei pilastri della parziale riapertura nella fase 2. Forse ci aiuterà nella fase 2.1, dal 29 maggio se non ci saranno intoppi.
A quasi tre mesi dal primo caso di coronavirus in Italia e 31.610 morti dopo stiamo però ancora cercando di pesare il ruolo che Immuni avrà nella lotta al coronavirus. Perché? La funzione principale è ormai chiara, grazie al Bluetooth e alla scelta (obbligata) del sistema di Apple e Google: chi deciderà volontariamente di usare l’app, e per farlo dovrà dichiarare di avere più di 14 anni, verrà avvisato se è stato a contatto con una persona poi rivelatasi positiva. Una notifica, dunque, cui in base alla regione di residenza corrisponderanno indicazioni su come comportarsi.
«È utile per l’individuo, ma bisogna fare un discorso di salute pubblica ed epidemiologica», afferma il fisico Alessandro Vespignani, «servono una visione d’insieme, informazioni per comprendere come si sviluppa l’epidemia in modo molto più veloce rispetto a quanto accade adesso, con la maggior parte delle operazioni che viene svolta a mano».
Come viene sottolineato dall’edizione odierna del Corriere della Sera, il contribuito che arriverà da Immuni è scritto nelle specifiche tecniche pubblicate giovedì da Bending Spoons: il server di Sogei, oltre alle chiavi anonime degli infetti, saprà quante notifiche sono state inviate, in che provincia e in che giorno è avvenuta e quanto è durata l’esposizione, il tutto in forma aggregata. In questo modo il sistema sanitario saprà a livello provinciale quanti sono a rischio e potrà calcolare la percentuale di quanti poi si ammalano, e verificare così se l’app funziona, e preparare gli ospedali.
Il docente di cybersicurezza del Politecnico di Milano Stefano Zanero aggiunge che bisognerà vigilare sul modo in cui «il server rispetterà l’anonimato pur dovendo verificare la veridicità dell’avvenuta notifica» che gli viene comunicata dai singoli smartphone.
Una funzione che potrebbe essere aggiunta in un secondo momento è quella del controllo dei sintomi, che secondo uno studio pubblicato su Nature Medicine può aiutare i ricercatori a prevedere con una precisione di circa l’80% se una persona si ammalerà. Discorso a parte, ma che deve viaggiare in parallelo ad app e tamponi (che a loro volta devono essere collegati, come ha ricordato il Copasir nella sua relaziona inviata al Parlamento), è quello della gestione dei dati sanitari. Conclude Vespignani: «Bisogna ridurre i tempi, accorciare la filiera, renderla compatta a livello nazionale ed esplorabile. Con una piattaforma che lavora bene con i dati saremmo già in un altro mondo».
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